Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Vespier Venerdì 30 ottobre 2020
 

Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Vespier Davide , Convegno presso la Scuola Superiore Studi Medievali e Francescani: Europa, Israele, Palestina. Il diritto a servizio della pace, in Antonianum, 77/1 (2002) p. 199-201 .

Il 30 novembre 2001 si è tenuto nei locali del “Pontificio Ateneo Antonianum” il convegno: Europa, Israele, Palestina: il diritto al servizio della pace. L’incontro, moderato dalla Dott.sa Laura Sofia, è stato organizzato dalla “Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani” in collaborazione con l’Associazione “Fontes” e la nuova “Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia” di Gerusalemme.

Nel dibattito sulla questione in Medio Oriente, insanabile per quanti non osano sperare, per chi consideri fisiologici in quei luoghi le lotte ed i dissidi, emergono due importanti strumenti di pace, operanti nella storia, sui quali ancora è lecito sperare: l’opera ormai secolare dell’Ordine francescano in Terra Santa, il Diritto. L’una e l’altro chiamati ad interagire per giungere ad un risultato duraturo. Se è vero che quanto sancito dal Diritto è già garanzia di progresso civile, è pur vero che ogni acquisizione giuridica non è che un impegno formale cui solo la coscienza personale può prestare fede. Qui entra in gioco l’azione di quanti, in quelle terre di fuoco, si fanno operatori di pace inter gentes. Francesco d’Assisi diceva inter Saracenos, ricorda Frédéric Manns, decano della “Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia di Gerusalemme”, quando muoveva i suoi uomini a confondersi tra la gente come germe di pace. Illuminazione che fa di Francesco il precursore del dialogo interreligioso. P. Manns introduce la sua disamina eminentemente storicistica sulla presenza dell’Ordine francescano in Terra Santa con una frase della filosofa ebrea Anna Arendt: “ogni totalitarismo ha bisogno di un nemico metafisico: per il Comunismo era il borghese, per il Nazismo era l’ebreo”. Sulla scia di questo pensiero risulta pericoloso riconoscere in una particolare categoria il nemico assoluto della società. Oggi, ancor più dopo i fatti dell’11 settembre, per il mondo occidentale questo nemico sembra essere il fondamentalismo islamico. P. Manns smentisce tale credenza mettendo in luce una pagina fin troppo nascosta della Storia: la presenza dell’Ordine francescano in Terra Santa. Senza idealismi, consapevoli che la custodia in Terra Santa durante sette secoli ha fatto numerosi martiri e che ancora non mancano incomprensioni; senza chiudere gli occhi davanti indubitabili eventi violenti della storia, a livello quotidiano il dialogo tra musulmani e cristiani Manns ce lo racconta come possibile, se pure inconciliabile resta la riflessione teologica. La sua cronologia serrata è tesa a risaltare gli indubbi meriti dell’Islam nel progresso culturale universale inquadrando i rapporti tra Oriente ed Occidente in un clima di scambio reciproco, limitando i frequenti dissidi ad eventi marginali che hanno macchiato di sangue una storia, per altri versi, di reciproca complementarità. Senza l’apporto dell’Islam non sarebbe nata l’Europa delle Università: senza Avicenna e Averroè non ci sarebbero stati Abelardo, Bonaventura, Tommaso, Dante.

Promotore di questo dialogo fu pure Francesco d’Assisi, desideroso di tentare un approccio diverso coi Saraceni, da fratello evangelizzatore piuttosto che da usurpatore, conquistatore violento, come era stato lo stile di ogni Crociata. I Frati Minori, l’altra faccia dei Crociati dunque, si recavano nei luoghi santi per il culto di Dio e per assistere i pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Presero anche a riparare santuari sulla scia dell’insegnamento ricevuto. Il ritmo implacabile delle date scandisce un cammino in crescendo che vede i francescani gradualmente entrare in possesso dei luoghi santi, dei quali diventano custodi. Ma la volontà manifestata di leggere la Storia in una chiave che in parte “riabiliti” l’Islamismo, non più da considerare una fede sanguinaria, lascia però scivolare P. Manns in una espressione critica quando afferma che qualche frate, poiché volle dialogare in modo ingenuo, venne ucciso.

Il secondo interessante contributo su cui poter riflettere è quello che viene da David Maria Jaeger, professore di Diritto canonico del Pontificio Ateneo Antonianum. Definisce la Santa Sede soggetto sovrano internazionale riconosciuto operatore di pace, a livello mondiale, incomparabilmente credibile. Partecipe efficace dell’edificio della pace anche mediante trattati bilaterali: quello del 30 Dicembre 1993, Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele e quello del 15 Febbraio 2000, Accordo di base tra Santa Sede e Palestina che non solo mettono fine a tredici secoli di devastazioni e fragilità giuridica ma impegnano a conformare l’ordinamento di quegli Stati alle norme universali di dignità e rispetto umano. Una corrente laicizzante che garantisce il diritto alla libertà di religione e di coscienza nei termini in cui è definito nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Se da parte israeliana si tratta del mantenimento di un impegno già preso, da parte palestinese è, invece, impegno “originale”; di rivoluzionare la mentalità costituzionale di chi riconosce lo Stato (comunità giuridica) con la comunità religiosa maggioritaria limitando le altre religioni in clubs di impossibile accesso a chi volesse abbracciarle senza aver avuto la “sfortuna civile” di nascere in esse. Una corrente laicizzante che è segno di onestà intellettuale da parte della Santa Sede e che sostiene, nelle lotte civili in Terra Santa, tutti i fautori di uno stato laico. L’Accordo con la Palestina oltre alla garanzia di libertà e di coscienza contiene pure la dichiarazione che i Palestinesi sono uguali al di là di ogni appartenenza religiosa; liberi, al di là di ogni credo.

In ragione della pace è quanto mai opportuno rinunciare a qualcosa. Così la Chiesa Cattolica ha accolto lo statu quo che lascia nelle mani della Chiesa Ortodossa quei possedimenti in Terra Santa che le erano stati sottratti con la violenza a metà del ‘700. Ma la pace nel mondo islamico non riguarda solo tre stati: Santa Sede, Israele, Palestina: è un impegno più esteso che la comunità internazionale deve prendersi nell’interesse comune di garantire la giustizia a Gerusalemme. Una soluzione alla questione di Gerusalemme deve includere disposizioni internazionali atte a garantire la libertà dei suoi abitanti ed il libero accesso a quanti desiderino raggiungere quei luoghi santi.

Ma pure l’osservanza degli accordi bilaterali non può essere imposta. Dipende interamente dalla buona fede e buona volontà di chi formalmente si è impegnato. Se la pace risiede nell’insieme di strumenti giuridici di diversa natura come il Trattato di pace Israele-Palestina e, riguardo la Chiesa, gli accordi fondamentali bilaterali, è anche vero che nessuno può agire sull’uomo per determinarne la coscienza, anche laddove il richiamo sembra essere per il bene di tutti. Nella speranza che tali paesi si evolvano lungo una linea sempre più marcatamente democratica e, come riprende P. Jaeger, sanamente laica, non bisogna trascurare l’apporto di quanti operano nel silenzio per muovere le coscienze al vero bene, verso il quale l’individuo tende unicamente spinto da quello spirito di giustizia che i Greci definivano leggi agraphte, non scritte, ma impresse nel cuore dell’uomo.

Partecipava al convegno pure il Presidente della Commissione Nazionale per i diritti umani presso la Presidenza del Consiglio e Presidente dell’Istituto per l’Amicizia italo-araba, Virginio Rognoni, che ha sostenuto quella regola della laicità tanto evidenziata nell’intervento di P. Jaeger, come pure ha manifestato l’idea che prima del Diritto agisca la politica e la lotta politica. La tematica politica è ritornata nell’intervento dell’ultimo orartore Franco Ligi, segretario generale del Comitato di Informazioni ed Iniziative per la Pace, il quale notava in particolare che le verie iniziative portate aventi dal suo segretariato a favore della pace hanno sempre avuto il riferimento chiaro al rispetto della persona prima ancora della politica e della lotta politica.

Il dibattito seguito ha espresso l’interesse, da parte del numeroso pubblico convenuto, per la storia del popolo di Israele, con riferimento ai rapporti tra ebrei e cristiani ed agli endemici reciproci pregiudizi storici. Senza entrare nel merito di una questione tanto complessa che richiederebbe luoghi e tempi per condurre una sana riflessione, si conclude così con l’apertura a nuovi percorsi e confronti una iniziativa riguardevole e propositiva della Scuola Superiore di Studi Medioevali e Francescani del Pontificio Ateneo Antonianum.


 
 
 
 
 
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