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Rivista Antonianum
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Foto Orosz Lōrānt , Recensione: MARIUCA VADAN, Le relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Romania (1920-1948) , in Antonianum, 77/2 (2002) p. 388-390 .

L’argomento dell’opera della giovane canonista rumena è molto attuale, in quanto tocca le questioni economiche della Chiesa cattolica in Romania, dove le trattative sulla restituzione dei beni ecclesiastici sono ancora in corso. Questo patrimonio fu confiscato dallo stato rumeno dopo la seconda guerra mondiale con la venuta dei comunisti al governo. Ancora dieci anni dopo la caduta del sistema, nonostante le sollecitazioni del Papa durante la sua visita in Romania nel 1999, l’asse ecclesiastico non è ancora ritornato al proprietario legittimo. Il titolo promette l’analisi delle relazioni diplomatiche tra il 1920 e il 1948, nell’introduzione l’argomento viene limitato al periodo 1920-1940 (p. 11), mentre nel corpo del testo troviamo, dopo un breve percorso storico, solo l’approfondimento del tema del Concordato rumeno del 1927 e del cosiddetto Accordo di Roma sulla situazione dello «Status Romano-Catholicus Transylvaniensis» (organo storico per la gestione dei beni ecclesiastici) del 1932. Forse sarebbe stato opportuno fare riferimento a questi limiti del lavoro già nel titolo.

Un merito importante del lavoro della Vadan è l’ampia consultazione del materiale degli archivi statali rumeni, in gran parte inedito. Dall’altro lato però lei avrebbe dovuto almeno menzionare che prima dell’apertura dei fondi precipui del Archivio Vaticano Secreto difficilmente si poteva arrivare ad una comprensione sufficiente del materiale raccolto. Questa mancanza diventa poi trasparente quando l’autrice si permette più volte affermazioni come p.e.: «Sia per la Romania sia per la Santa Sede, lo Status romano-cattolico era percepito come un’organizzazione i cui fini non corrispondono più alle necessità della società moderna» (p. 183), senza però fare alcun riferimento alle fonti ― mancanza generale di tutto il lavoro. Su quali documenti si basa quest’affermazione sull’intenzione della Santa Sede? L’incertezza del lettore diventa più grande, dato che alla pagina precedente viene menzionata l’Assemblea dello stesso «Status», presieduta dal presidente ecclesiastico, il vescovo diocesano Károly Gusztáv Mayláth, e «onorata dalla presenza del rappresentante della Santa Sede, che lesse un telegramma con il quale la Santa Sede salutava l’Assemblea e trasmetteva allo stesso tempo la benedizione del Papa» (p. 182). Adesso, qual’ era il vero atteggiamento della Santa Sede: condannava o benediceva lo «Status»?

La parzialità nell’uso delle fonti si verifica nella mancanza dei documenti dell’archivio dell’archidiocesi di Alba Iulia, un fatto ancor più strano sapendo che l’autrice ha consultato l’archivio statale della stessa città (p. 14). Riguardo alla metodologia del lavoro è una mancanza significativa che sia il testo del Concordato (pp. 128-143), sia l’Accordo di Roma (p. 218-221) vengono citati e analizzati dalla letteratura secondaria e non dalle fonti (vedi rispettivamente AAS, 21 [1929], pp. 441-456; ed AAS, 24 [1932], pp. 209-218). Questo fatto minaccia seriamente la credibilità dell’opera.

I dati statistici forniti dall’autrice (p. 68) illustrano solo le percentuali delle diverse confessioni cristiane in Romania, ma non la loro composizione etnica. Senza questi dati di base il discorso è purtroppo campato in aria, perché non è chiaro il ruolo della minoranza ungherese che costituisce fino ad oggi la maggioranza dei cattolici di rito latino in Romania (romano cattolici). I cattolici di rito bizantino (greco cattolici) sono invece rumeni. Proprio per questo motivo gli argomenti trattati sono strettamente legati alla storiografia controversa della Transilvania tra gli storici rumeni e ungheresi. La presentazione dello status quaestionis, come tutto il trattato sembra soffrire da un certo squilibrio, dato che presenta quasi esclusivamente l’opinione dei autori rumeni, senza fare alcun riferimento alla ricca bibliografia ungherese e tedesca. A proposito dell’introduzione storica, riguardante all’epoca della Monarchia Austro-Ungarica non si trova nemmeno una sola opera di autori austriaci o ungheresi. Forse qui si trova la radice di alcuni sbagli di fatto, come p.e. l’affermazione che tra gli ordini religiosi della Chiesa cattolica, presenti in Romania nel periodo, nessuno aveva il«numero sufficiente per formare, in base ai propri statuti, una Provincia» (p. 142), mentre p.e. la Provincia Transilvanica «Santo Stefano Re» dei Frati Minori risale al 1729. Un altro errore si verifica nella data dell’elevazione al rango di archidiocesi della diocesi di Alba Iulia (p. 26), avvenuta nel 1991 e non nel 1868 (cf. AAS, 83 [1991], pp. 917-918).

Questo squilibrio diventa oltremodo pesante la dove la Vadan, a proposito della storia dello «Status Romano-Catholicus Transylvaniensis», cita a lungo senza riflessioni critiche (pp. 185-192) le accuse degli autori rumeni estremamente anticattolici (p.e. O. Ghibu). L’accettazione della posizione di quest’ultimo, incaricato in quel tempo dal governo rumeno per le trattative con la Santa Sede, sembra poi assai contraddittoria, siccome la stessa autrice qualche pagine dopo riconosce l’inabilità di esso per negoziare e conferma la sospensione di O. Ghibu da quest’ufficio da parte del primo ministro N. Iorga (p. 201-203). La Vadan arriva ad una presentazione assolutamente negativa dell’attività dello «Status Romano-Catholicus Transylvaniensis» negli anni venti e trenta, senza spiegare le ragioni del perché delle tensioni tra la diocesi di Alba Iulia e il governo rumeno, e senza prendere in considerazione l’opinione dell’altra parte. In questo modo però, pur essendo canonista, trasgredisce l’antica regula iuris “Audiatur et altera pars”. Conoscendo però i fatti dei primi decenni della Romania Grande, nata durante le trattative di pace in Versailles, si sa che il fervore unificatrice del giovane stato ortodosso conduceva ad una politica assimilatrice di fronte alle minoranze etniche (e nello stesso tempo religiose). Uno dei risultati era la progressiva soppressione del sistema scolastico statale, dove la lingua di insegnamento era quella delle minoranze. Solo la struttura scolastica ecclesiastica rimaneva più o meno intatta, e la parte romano cattolica di essa era gestita dallo «Status Romano-Catholicus Transylvaniensis», in pieno accordo col vescovo diocesano, col clero e con i propri fedeli (quasi tutti ungheresi). Semplicemente si trattava delle loro scuole (soprattutto medie), che furono gli ultimi rimasti per conservare l’identità cattolica e ungherese. Proprio questo fatto ostacolava il governo rumeno nella sua politica assimilatrice, però purtroppo dal discorso della Vadan non viene alla luce questa motivazione molto semplice. L’importanza dell’argomento, scelto dall’autrice, richiede ulteriori approfondimenti e il confronto tra le diverse opinioni per poter conoscere meglio la storia del diritto ecclesiastico in Europa centro orientale.


 
 
 
 
 
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