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Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Faggioni Maurizio , Recensione: CAHILL L., Sex, Gender & Christian Ethics, in Antonianum, 73/4 (1998) p. 760-763 .

Il nome di Lisa Sowle Cahill, docente di etica cristiana al Boston College di Chestnut Hill, Massachussets, è ben conosciuto sia per la ricca produzione saggistica, sia per la presenza costante in prestigiose riviste come il Journal of Medicine and Philosophy e Concilium (in cui ha diretto la sezione “teologia morale”).

Le pagine che compongono il presente volume derivano in buona parte da scritti pubblicati in diverse riviste e in opere collettive, ma sono state sottoposte a una profonda opera di revisione e di coordinamento che permette di evitare la fastidiosa sensazione del collage. Al contrario l’opera appare quanto mai salda e coerente nello sviluppare la sua linea di riflessione su alcuni temi dibattuti e controversi - dentro e fuori la Chiesa - come possono esserlo le questioni riguardanti sesso, genere, matrimonio, famiglia nei loro significati antropologici e nelle ricadute sul versante normativo.

L’Autrice si radica in un contesto dichiaratamente cattolico, ma nello stesso tempo si dimostra tutt’altro che insensibile alle istanze del movimento femminista, della cultura post-moderna e di altre tradizioni cristiane. Come viene spiegato nel capitolo introduttivo Sesso, genere e il problema dell’argomento morale, la riflessione si muove “da una prospettiva femminista, intendendo con questo termine semplicemente l’impegno per un pari rispetto personale e pari potere sociale per donne e uomini” (p. 1) e accoglie le critiche femministe secondo le quali una delle principali motivazioni sottese a larga parte della morale sessuale cristiana è il controllo sociale delle donne, ma si ritiene altrettanto vero che “la morale cristiana può fondare una critica forte del costume sessuale e riproduttivo, delle attese legate al genere e delle forme familiari che dominano le donne, anche se l’ispirazione fondamentalmente egualitaria del cristianesimo è perennemente soggetta ad essere pervertita da potenti autorità interessate a mantenere il loro status” (p. 1).

Dopo quella femminista, la seconda opzione caratterizzante lo studio è la preferenza accordata a un realismo critico di ascendenze aristotelico-tomiste quale approccio privilegiato ad una conoscenza morale che sia nel medesimo tempo universale, come nelle proposte etiche post-kantiane, ma anche significativa dal punto di vista del contenuto e quindi non soltanto formale. Prendendo le debite distanze da un radicale decostruttivismo della fondazione etica che conduce a un relativismo culturale e rende impossibili un’autentica comunicazione morale, la critica interculturale e persino la cooperazione nel definire e costruire condizioni giuste di vita per donne e uomini, la Cahill vede in questo realismo critico e soprattutto nella rilettura della nozione di legge naturale una via per rinvenire alcune esperienze e valori morali condivisi virtualmente da tutti i gruppi umani. Non è assente dalle intenzioni dell’Autrice una velata polemica con settori della produzione teologica post-conciliare nel campo dell’etica sessuale, dal momento che, pur senza abbracciare del tutto le tesi di ispirazione foucaultiana e femminista sull’inaccettabilità del sistema binario dei sessi e sul valore solo politico e dominativo dei ruoli di genere - secondo lei - “vari autori cristiani hanno adottato una posizione quasi decostruttivista verso la natura e l’autorità della Bibbia” (p. 5).

Sviluppando il progetto così delineato, il secondo capitolo Femminismo e fondamenti esamina i trabocchetti del decostruttivismo in quanto metodo prediletto dall’etica femminista e prospetta tre vie di superamento dell’intrinseca debolezza di una morale de facto priva di fondamenti: la prima è l’etica dialogica di Habermas, con il suo richiamo per un dialogo aperto, reciproco e critico, ultimamente radicato nella comune ricerca del consenso; la seconda - fatta propria dall’Autrice - è l’etica aristotelico-tomista della natura umana; la terza è la teologia della liberazione, che si origina da particolari comunità esperienziali, ma si apre a larghi standard di giustizia.

All’esposizione dell’etica Aristotele e Tommaso è dedicato gran parte del terzo capitolo, dal significativo titolo di Esperienze particolari, beni condivisi. Si tratta - come correttamente esordisce il nostro testo - di modelli etici “teleologici, eudaimonisti e realisti. Entrambi inoltre pratici e prudenziali. L’attività umana è mossa dal fine e punta alla felicità. I beni che sono costitutivi della felicità, così come le attività e virtù che realizzano quei beni, non sono mere costruzioni sociali o proiezioni psicologiche. Essi sono oggettivi, stabili attraverso le culture e conoscibili dalla ragione umana” (p. 46). In questa impostazione idealmente transculturale e quindi universale, acquistano grande rilievo le inclinazioni naturali, siano esse fisiche o istintuali, intellettuali e razionali, e in particolare i complessi dinamismi della corporeità. Il corpo, cui è dedicato il quarto capitolo, “Il corpo” - in contesto, prese le distanze dal preteso fisicalismo della morale tradizionale, può allora venir presentato come un’ancora del dialogo interculturale su bisogni e beni umani e sulle vie che meglio li realizzano. Tanto l’etica sessuale premoderna, con forti sottolineature sociali, ma spesso impersonale rispetto all’autorealizzazione dei partners, quanto l’etica sessuale moderna, personalista, ma molto individualista, sono infatti simbolizzate attraverso il corpo. “Con le opportune precauzioni e cautela epistemologica - conclude l’Autrice - noi possiamo considerare sesso e genere come rappresentazione di realtà umane che sono sia corporee sia sociali. Se la socializzazione è sempre culturalmente varia, l’esistenza umana nel corpo offre almeno un punto base per la comunicazione, l’empatia e la valutazione critica delle relazioni e istituzioni che mediano le esperienze di mascolinità, femminilità e sessualità” (p. 108).

Dopo un pensoso e denso Interludio, nel quale si offre un penetrante sguardo d’insieme sui beni associati con la personalità incarnata (“embodied personhood”) nelle sfere del sesso, del genere, del matrimonio, della genitorialità e della famiglia, l’attenzione si concentra su temi più strettamente connessi con la tradizione cristiana e sulle modalità di socializzazione di sesso e genere. Il quinto capitolo, Sesso, genere e cristianità primitiva ricostruisce la visione neotestamentaria su sesso e genere, in cui il corpo sessuato si fa simbolo di solidarietà e di inclusione, in opposizione ai modelli greco-romani di famiglia, di riproduzione e di ruoli femminili. La simbolizzazione tipicamente cristiana dell’esperienza della sessualità si esprime attraverso la pratica della verginità e l’enfasi sul significato spirituale del matrimonio, nonché la condanna della porneia, che rappresentano, in modi diversi, lo stesso tentativo di superare le socializzazioni disumanizzanti del corpo sessuato.

Se è vero che molti sviluppi della teologia cristiana sul matrimonio come anche la normazione canonistica si sono svolti nel senso di una protezione della dignità, libertà, parità e affettività degli sposi, il capitolo seguente, Sesso matrimonio e famiglia nella tradizione cristiana, mostra d’altra parte come non siano mancate, lungo la storia della cristianità, socializzazioni oppressive del corpo, alcune delle quali hanno svilito la realtà dell’esperienza sessuale, soprattutto del piacere, e sottolineato in modo unilaterale la dimensione procretiva della sessualità, riducendo la virtù femminile ai ruoli asessuati o ai ruoli riproduttivi. Negli ultimi decenni si sono riscontrati veloci e positive trasformazioni nella sensibilità diffusa tra i credenti, nella riflessione teologica, nell’insegnamento magisteriale in questo ambito, anche se i vivaci dibattiti sul celibato, sulla indissolubilità matrimoniale, sulla contraccezione che hanno contrassegnato il XX secolo e che non accennano a spegnersi nella Chiesa cattolica, dimostrano la necessità di elaborare una antropologia sessuale più sintonica con gli ideali evangelici, di sviluppare una comprensione più personalista di sesso, matrimonio e famiglia, e di superare una certa ambivalenza nei confronti della donna e del piacere sessuale. Resta un compito non ancora del tutto adempiuto l’integrazione dei valori moderni dell’affetto e della compiutezza personale nel sesso e nella famiglia, con l’interpretazione sociale della genitorialità e della famiglia, che è alla base di tante ingiustizie contro le donne su scala planetaria. Un tema chiave su cui lavorare per risolvere questa difficile composizione di prospettive può essere trovato - secondo la Cahill - nella relazione che la tradizione cattolica riconosce fra sesso, impegno/legame e genitorialità, purché si sappia riformulare e tradurre in modo vivibile l’unità di questi valori come un ideale per l’oggi.

Un banco di prova per questa proposta è dato dal dibattito pubblico in corso sulle nuove tecnologie riproduttive, nelle quali si riflettono drammaticamente le idee oggi dominanti sulla paternità e maternità. “La riproduzione - si legge nell’esordio dell’ultimo capitolo - è diventata una opzione personale calibrata sui bisogni relazionali dei partners sessuali. Gli aspetti corporei della genitorialità scompaiono dietro le quinte, mentre quelli affettivi e intenzionali escono alla ribalta per accogliere il plauso delirante del pubblico” (p. 217). Con caute aperture e non sempre accettabili distinguo, la conclusione del tutto condivisibile è che l’apporto della prospettiva cristiana in questo dibattito è essenziale e valida ben oltre i confini della tradizione cristiana, perché ricorda senza assolutizzarla l’importanza umana e morale del legame biologico fra genitori e figli e la connessione fra la generazione e l’amore vissuto in un rapporto interpersonale stabile.

Gli esiti dello studio sono sintetizzati nelle agili Riflessioni conclusive che sottolineano l’impatto che il messaggio cristiano, vissuto come un discepolato capace di trasformare dall’interno le situazioni, potrebbe avere sul modo di percepire e vivere le realtà umane connesse con il sesso e il genere. Di fronte a tanti moralisti che, incantati come serpenti, danzano guidati dal flauto delle mode culturali, ma sospettosi e quasi vergognosi verso le proprie tradizioni, piace la franchezza della Cahill che, senza nascondere ombre e ritardi, crede nelle potenzialità della proposta cristiana, centrata sulla persona colta nella sua irripetibile e concreta individualità e intenzionalità, ma nello stesso tempo inserita in una rete di relazioni socialmente rilevanti. “Lo scopo di questo studio - ella infatti scrive - era di proporre i contributi che una prospettiva cristiana su sesso e genere può offrire al dibattito culturale sull’uguaglianza delle donne e il significato della sessualità, rafforzando nello stesso tempo il tipo di fondazione morale che sia accettabile dal punto di vista di una critica etica e che sia capace di suscitare consenso attraverso le tradizioni morali e culturali” (p. 255).

Il volume, con il suo tentativo di progetto etico transculturale basato sulla proposta evangelica, ma aperto nello stesso tempi agli umori più vivi della matura e tarda modernità di cui accetta con coraggio le sfide, rappresenta senza dubbio una voce di grande interesse nel dibattito teologico attuale e si raccomanda pertanto come lettura stimolante e feconda.

 


 
 
 
 
 
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