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Rivista Antonianum
Informazione sulla pubblicazione

 
 
 
 
Foto Nobile Marco , Recensione: C. WESTERMANN, Genesis {1-11) Biblischer Kommentar: Altes Testament 1/1 (3. Auflage) (Neukirchen-Vluyn 1983); IDEM, Genesis (12-36). BKAT 1/2 (Neukirchen-Vluyn 1981); IDEM, Genesis (37-50). BKAT 1/3 (Neukirchen-Vluyn 1982) , in Antonianum, 58/4 (1983) p. 662-664 .

Recensire opere notevoli e monumentali come il commentario al Ge­nesi del W., non è cosa semplice. L'oggetto dell'analisi è così complesso, per problematiche di metodo esegetico e di contenuto, che la prospettiva scelta per parlarne, può essere solo parziale, e in due sensi. Da un lato, perché non si rende giustizia a una fatica così grande come quella fatta dal nostro Autore; dall'altro, perché è impossibile affrontare criticamente anche soltanto tutti i problemi più importanti che pone un'opera come quella che presentiamo.

Come giudizio generale, si può dire che essa rappresenti il culmine maturo e pur sempre vitale di un lungo processo esegetico che conta tra i padri fondatori H. Gunkel e J. Wellhausen. Tale processo è stato un'inin­terrotta ricerca e una costante messa a punto di metodologie che si possono raccogliere sotto tre punti di vista: 1) quello della critica letteraria, che predilige la fase scritta della composizione pentateucale (Wellhausen, Eissfeldt, Fohrer, Eichrodt); 2) quello della critica delle forme e delle tra­dizioni, che studia in particolare la fase orale (Gunkel, Noth, von Rad, quest'ultimo con forte inclinazione all'interpretazione teologica, al pari del Wolff); 3) infine, quello più recente dell'archeologia (Albright).

Questi argomenti sono sviluppati in modo magistrale dal W., nell'in­troduzione al secondo volume, alla pp. 12-90.

Nel suo lavoro, l'Autore vuol fare il punto della situazione esegetica storico-critica e tiene conto, perciò anche della discussione più recente circa il pentateuco in generale e il Genesi in particolare. Egli prende in considerazione la contestazione di questi ultimi tempi riguardante la visione tradizionale della teoria delle fonti jahvista, elohista e sacerdotale (Van Seters, Rendtorff, Thompson), secondo cui è da rivedere la loro da­tazione, in particolare quella della jahvista, che dev'essere postdatata (Van Seters).

Il W., senza prediligere una fase piuttosto che un'altra del processo di formazione dei testi e tenendo invece conto di ciascuna di esse, arti­cola la sua analisi lungo l'arco diacronico che parte dalla fase più antica di formazione fino alla redazione più recente; il che richiede l'uso equi­librato e più realistico, rispetto ai testi, di tutte le metodologie sopra menzionate: è la risposta a tutte le prese di posizione precedenti, com­presa l'ultima (Rendtorff, ecc.). Se si accantona l'idea moderna di autore individuale di un'opera scritta, si percepiranno meglio la nascita, lo svi­luppo e l'ultima configurazione redazionale di un libro complesso come il Genesi.

Nell'ambito della ricerca storico-critica, certamente il W. si è acqui­stato un posto originale per l'acribia della sua analisi.

Nel primo volume (la cui terza edizione nulla aggiunge alle prece­denti), egli considera con nuovo rispetto, ricco di conseguenze teologiche stimolanti, l'importanza della cosiddetta «preistoria» (Gen 1-11), per la cui analisi vi è l'apporto di un materiale bibliografico enorme (tuttavia da aggiornare) e di parecchi « excursus ».

Il secondo e il terzo volume esaminano rispettivamente Gen 12-36 e Gen 37-50, nel quadro di una triplice ripartizione, le cui componenti sup­pongono sia una composizione letteraria diversificata, sia un retroterra socioculturale differente. I ce 12-25 hanno come tema il rapporto padre-figlio (Àbramo-Isacco); i ce 26-36 trattano della relazione tra fratello e fratello (Giacobbe-Esaù); i ce. 37-50, infine, trattano di entrambi gli argo­menti precedenti, e in più del rapporto di un fratello rispetto agli altri (Giuseppe e gli undici fratelli).

Se si rimane nell'ambito della metodologia storico-critica, poco ormai sarebbe da aggiungere all'opera del W., ma, dato che nelle pp. 32-40 del secondo volume l'Autore imposta una teoria (più filosofica che lingui­stica) di quel che è la narrazione o il narrare, ci si domanda se non sa­rebbe stato utile un accenno a quel che dicono oggi in proposito la mo­derna linguistica e la semiotica, che un non piccolo apporto darebbero alla comprensione di un testo se sottoposto alle regole della scienza del linguaggio e della teoria dei segni.

Ma qui si tocca un territorio pressoché sconosciuto all'esegesi classica.


 


 
 
 
 
 
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