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Recensione: ODEH ISSA A., Les Minorités Chrétiennes de Palestine à travers les siècles, Etude historico-juridique et développement moderne international

 
 
 
Foto Brogi Marco , Recensione: ODEH ISSA A., Les Minorités Chrétiennes de Palestine à travers les siècles, Etude historico-juridique et développement moderne international, in Antonianum, 53/3-4 (1978) p. 622-624 .

Scrivendo questa recensione mentre sono in corso le trattative di pace tra Egitto ed Israele, con gli alti e bassi che le accompagnano, è certo superfluo dilungarsi a sottolineare l'attualità di uno studio sui gruppi etnici e confessionali palestinesi, con particolare riguardo alle minoranze cristiane. Esso può inoltre chiarire al lettore occidentale alcuni aspetti dei problemi che oggi turbano il Medio Oriente, anche oltre i confini dello Stato di Israele, problemi impostati, così pare, su basi esclusivamente o almeno prevalentemente confessionali, mentre ogni gruppo confessionale costituisce una « nazione » che trova nel fattore religioso il più tenace elemento di coesione e spesso, nel capo religioso, il proprio « etnarca ».

Questo volume di Anton Odeh Issa il quale, in quanto sacerdote del clero patriarcale latino di Gerusalemme, vi immette l'esperienza sua e del suo popolo, non tradisce le attese del lettore.

Chi è stato in Terra Santa o chi si è comunque interessato ai Cri­stiani palestinesi, è stato certamente colpito dal variopinto mosaico di confessioni i cui aderenti, tutti insieme, non formano che una mino­ranza di fronte agli autoctoni musulmani per poi costituire, assieme a questi, la minoranza di fronte alla maggioranza dei loro concittadini, israeliti: scrutare le origini di queste minoranze cristiane, seguirne le vicende lungo i secoli, dà più la sensazione di leggere un romanzo avvin­cente che un'esposizione che rispetta invece scrupolosamente gli studi sulle singole questioni, ai quali è ricorso l'A. per questo suo lavoro di sintesi.

L'esposizione, che parte dalla prima comunità descrittaci dagli Atti degli Apostoli, segue lungo i secoli le alterne vicende dei cristiani pale­stinesi soffermandosi ad illustrarne, al termine d'ogni periodo storico, lo stato giuridico.

I Cristiani in Palestina costituirono quasi sempre una minoranza, con la sola eccezione del periodo che va dal V al VII secolo; per quanto si riferisce all'aspetto giuridico, è particolarmente importante il periodo ottomano (dal sec. XVI al XX) durante il quale sorsero, per le interfe­renze variamente motivate delle « grandi Potenze », numerosi istituti che passarono alla caduta dell'Impero Ottomano nei vari Stati Arabi da quello derivati e che vigono ancora, seppure gradatamente ridimensionati e coordinati  al  diritto interno  di  ciascun  Paese.

Ma se essi costituiscono ora delle « questioni interne » per quei Paesi, ciò non può dirsi per la Palestina e specialmente per Gerusa­lemme, alla cui sorte si sta interessando al presente tutto il mondo (basterà ricordare le numerose volte in cui ne ha trattato l'O.N.U.).

L'ultimo capitolo, che abbraccia il periodo che va dal 1920 al 1975, è particolarmente interessante per la sua attualità.

Sebbene sembrino staccarsi dal tema proposto, sono molto oppor­tune, per i paragoni che suggeriscono, sia le pagine dedicate allo stato giuridico delle minoranze samaritana ed ebraica nel breve periodo in cui i Cristiani furono in maggioranza, che quelle dedicate alla situazione della maggioranza musulmana sotto il dominio dei Franchi. Ugualmente opportuna la sintesi della questione sionista culminata con la proclama­zione dello Stato d'Israele accompagnata a sua volta dalle quattro guerre che hanno opposto Arabi ed Israeliani, a motivo delle conseguenze subite dalle popolazioni autoctone.

L'interesse provato leggendo questo volume invita il lettore a con­siderare con indulgenza alcuni difetti, che purtroppo non mancano: innanzi tutto, l'A. si sarebbe dovuto attenere ad un preciso metodo di trascrizione dei numerosi nomi arabi (il segno ' indica talvolta la alej soppressa dell'articolo al mentre altre volte indica la 'aiti; questa lettera poi, quando è iniziale, non è sempre riportata. In altri casi, parrebbe che l'A.  sia andato piuttosto ad orecchio...).

Per non lasciare delle allusioni in sospeso, sarebbe interessante sa­pere quali siano state le minacce contro i Francescani provenienti dal­l'Occidente ma scartate da Martino V nel 1421 (pag. 170), o per quale ministro francescano, e per quali motivi, Propaganda abbia soprasse­duto nel 1842 alla decisione di erigere la sede patriarcale residenziale latina di Gerusalemme (pag. 220) o infine quale sia la « prerogativa patriarcale spettacolare » relativa al S. Sepolcro (pag. 274).

Il breve cenno di pag. 275 non pare spiegare in modo sufficiente quali  siano le origini  dei  latini  autoctoni.

A pag. 224, in nota 144, l'A. cita senza alcuna fonte i tre primi suc­cessori del Patriarca Giuseppe Valerga. Sarebbe stato opportuno rife­rirsi al Lemrnens (Hierarchia Latina Orientis), giustificando d'altronde le lievi divergenze tra le date proposte dall'A. e quelle del Lemrnens, ignorato perfino nella bibliografia.

Potrebbe poi parere strano che Paolo VI abbia decretato gli onori degli altari a S. Nicola Tavelic e compagni, definendoli nel medesimo tempo « idealisti, imprudenti », privi pertanto proprio di una delle quat­tro virtù cardinali, ma quest'impressione si può vincere andandosi a cercare il contesto negli Acta Apostolicae Sedis (cfr. pag. 170 nel testo ed alla nota 204).

Nonostante queste mende, rilevate per un desiderio di maggior pre­cisione, confermiamo il nostro giudizio ampiamente positivo sul volume che abbiamo presentato.



 
 
 
 
 
 
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