Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > HARSÁNYI Sabato 06 giugno 2020
 

Rivista Antonianum
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Foto HARSÁNYI Pál Ottó , Recensione: MAURIZIO P. FAGGIONI, La vita nelle nostre mani. Manuale di Bioetica teologica , in Antonianum, 81/1 (2006) p. 181-186 .

La parola bioetica è stata coniata dall’oncologo statunitense Van Rensselaer Potter all’inizio degli anni ’70. In questo vocabolo bio si riferisce alla conoscenza biologica, alla scienza del bioregno, mentre etica sta a rappresentare la conoscenza dei valori umani. Potter auspicava che la bioetica facesse da ponte, realizzando una mediazione fra questi due ambiti di conoscenza: quello scientifico e quello umanistico.

Ad oggi la letteratura inerente alla bioetica, soprattutto in lingua inglese, è enorme. Tuttavia, tra i manuali sono pochi quelli che attingono sistematicamente alle fonti classiche della teologia cattolica, alla Sacra Scrittura, agli scritti patristici, alla Tradizione e al magistero.

L’A. del manuale già nelle prime pagine dell’opera presenta il filo conduttore con il quale affronta i diversi argomenti: “Uniti nella fatica quotidiana di cercare le verità e le vie più autentiche per incarnarla, i cristiani condividono con ogni uomo e donna di buona volontà il sogno di un mondo più vivibile e più giusto, nel quale sia stabilito il primato dell’essere sull’avere e della persona sulle cose e nel quale dominio, indifferenza e rifiuto dell’altro si trasformino in servizio, accoglienza e responsabilità” (p. 6).

L’A., frate minore, unisce nella sua persona i due grande ambiti fra i quali la bioetica fa da ponte, come Medico, Specialista in endocrinologia e come Professore di Teologia morale sistematica e di Bioetica presso l’Accademia Alfonsiana e la Pontificia Università Antonianum di Roma. L’opera è così frutto di una esperienza didattica decennale.

Il manuale consta di cinque parti. La prima è dedicata alla bioetica generale, nella quale non sono trattati i temi principali della bioetica, bensì gli argomenti fondamentali di questa nuova scienza. Tali tematiche, metabioetiche, sono imprescindibili per poter inquadrare le risposte offerte dalla bioetica cattolica alle singole questioni. Il primo capitolo delimita il campo di studio della bioetica, presenta il suo statuto epistemologico ed elenca brevemente i principali centri di studio di questa nuova disciplina. Il secondo capitolo costituisce il core dell’opera in quanto passa in rassegna i vari modelli antropologici sui quali si fonda il contenuto normativo delle diverse impostazioni etiche.

Secondo il modello antropologico cristiano, l’uomo è l’unica creatura che Dio ha voluto per sé e non per un’altra creatura (cf. Gaudium et spes, 24). L’uomo è stato creato ad immagine di Dio. Da questa similitudine deriva, infatti, la categoria centrale della bioetica cattolica: la sacralità e l’intangibilità della vita umana. Il valore della vita umana, quindi, non deriva dai signa personae,  dall’esercizio delle facoltà tipicamente umane, bensì dal suo essere costituita in relazione con Dio. L’ultimo capitolo della prima parte tratteggia i vari profili etici della bioetica odierna che vanno dal soggettivismo forte di Hugo Tristram Engelhard al personalismo ontologicamente fondato. La questione fondamentale che viene trattata è la cosiddetta legge di Hume, secondo la quale non è lecito passare dai giudizi di fatto ai giudizi di valore. Questa affermazione è legata alla fisica newtoniana contestualizzata al tempo di Hume e, in altre parole, ancorata ad un modello meccanicistico della realtà. Gli autori che ritengono superabile questa legge ammettono la possibilità, almeno fino ad un certo grado, di conoscenza dei valori etici (cognitivismo). Altri, invece, che in vari gradi, ritengono valida la suddetta legge affermano la non conoscibilità dei valori etici (non-cognitivismo).

La seconda parte porta il titolo del quinto comandamento: “Non uccidere”. Secondo il noto teologo Otto Hermann Pesch, questo comandamento non proibisce ogni uccisione di vita umana, ma soltanto di propria iniziativa e in base ad un diritto arbitrario. La Tradizione morale cattolica ha formulato, conformemente all’ispirazione biblica, l’estensione “non uccidere l’innocente”. Il primo argomento trattato è l’omicidio e la mutilazione, in quanto sono attentati aggressivi contro l’integrità fisica dell’uomo sull’uomo. L’omicidio può presentarsi sotto forma di un’estinzione programmata di un’intera nazione nel fenomeno del genocidio, condannato esplicitamente come crimine contro l’umanità per la prima volta nel processo di Norimberga (1945-1946). Quest’ultima condanna è servita come un fondamento transculturale e universale a tutela della dignità dell’uomo, che ha preso forma nelle Convenzioni di Ginevra del 1949. Il tema è divenuto nuovamente attuale in Europa durante le guerre nell’Ex-Jugoslavia (1991-1995, 1999). Nel secondo capitolo sono esaminate le complesse problematiche sociali, psicologiche, culturali ed etiche del suicidio. Sulla base dei principi etici generali, l’A. respinge il suicidio diretto, cioè voluto espressamente come fine o come mezzo per conseguire un determinato fine, sia pure nobile.

Diverso è il caso della morte che si configura come un atto ispirato a carità eroica. I capitoli successivi sono dedicati agli argomenti della legittima difesa e della pena di morte, temi trattati insieme nel Catechismo della Chiesa Cattolica. L’A. richiama l’attenzione alla ristretta applicabilità della pena di morte  presente nell’Editio typica del Catechismo, uscita in lingua latina nel 1997 alla luce dell’enciclica Evangelium vitae, rispetto alla versione provvisoria, uscita in lingua francese nel 1994. La vita fisica dell’uomo è un valore fondamentale ma non assoluto in quanto può essere sacrificata nel martirio per l’amore di Dio, nel caso in cui, seguendo una chiamata divina, l’uomo raggiunge il suo fine ultimo. La soppressione della vita del reo è ammissibile in casi di assoluta necessità e quando la difesa della società non fosse possibile attraverso vie e mezzi alternativi.

Con la terza parte l’orizzonte si allarga verso, e non soltanto, il letto del malato. Infatti, si toccano alcune tematiche sociali della bioetica, quali la medicina dei trapianti, la questione dell’accertamento della morte, nonché l’argomento, sovente mitizzato, delle biotecnologie.

La malattia rappresenta uno dei vissuti più difficili che un uomo possa sperimentare. Il progresso della biomedicina, per esempio i nuovi farmaci, le tecniche diagnostiche non invasive, da un lato aumenta le possibilità di intervento e dall’altro, però, tecnicizza eccessivamente la medicina. Quest’ultima finisce per comunicare più con la malattia che con le persone malate. La lettura personalistica della malattia richiama l’attenzione ai diritti della persona malata, al diritto alla verità, al diritto alla riservatezza, nonché al diritto all’assistenza. La visione cristiana, lungi dal lodare un certo dolorismo, vede nella malattia il luogo per una intensa comunione con Cristo. Su questa base la medicina deve essere umanizzata. Un’umanizzazione che consiste nel riconoscimento della dignità della persona in ogni soggetto umano, a cominciare dall’evento del suo concepimento per giungere al momento della morte. Riguardo ai trapianti, il secondo capitolo mette in rilievo l’alto valore etico della solidarietà e del dono che rappresenta un singolare e talora eroico servizio alla vita. Il prelievo degli organi da cadavere solleva la questione dell’accertamento della morte. La morte avviene quando il principio spirituale che presiede all’unità dell’individuo non può più esercitare le sue funzioni sull’organismo, i cui elementi tendono così a dissociarsi. L’avvenimento di questa rottura non è percepibile ad un livello ontologico, ma se ne possono cogliere gli effetti e i segni. Il compito della medicina è proprio fornire una definizione della morte e di individuare i segni e i criteri che ne consentono l’accertamento nel modo più affidabile.

L’ultimo capitolo della terza parte si occupa degli argomenti della biotecnologia in un modo breve e conciso. Dopo un’introduzione essenziale sui dati biomedici circa la moltiplicazione cellulare seguono gli argomenti attinenti alla bioetica ambientale che hanno rilevanza anche nel campo della genetica (risorse naturali, biodiversità, organismi geneticamente modificati). Il criterio morale della manipolazione genetica della vita sta nella signoria partecipata o ministeriale dell’uomo sul creato. La signoria dell’uomo, il dominium terrae, non si oppone, ma anzi presuppone il dominio supremo del Creatore (cf. Evangelium vitae, 42). Conseguentemente, l’uomo è chiamato ad esercitare il suo dominio con la stessa responsabilità ed amore con cui Dio prende cura delle sue creature.

L’applicazione della genetica alla vita umana solleva il seguente problema: esistono molti più test genetici che rivelano la predisposizione o il sicuro avvenimento di una certa malattia che terapie genetiche somatiche non attualmente disponibili. Infatti, oggi si parla sempre più della genomica e meno della “semplice” genetica. Il primo termine indica la ricerca e le conoscenze circa le numerose interazioni fra i singoli geni e la regolazione dell’espressione genetica, sapendo che i geni regolatori (i quali non codificano una proteina) costituiscono ben il 95% dell’intero genoma umano. In questo campo esistono poche conoscenze direttamente applicabili alla medicina rispetto alle aspettative euforicamente documentate al momento del compimento del progetto genoma umano (Human Genome Project) nel 2003.

La quarta e la quinta parte del manuale trattano gli argomenti ormai classici della bioetica speciale, relativi all’inizio e alla fine della vita umana. Queste due fasi assai vulnerabili della vita sono un vero banco di prova per l’umanità e la sensibilità morale di una determinata società. Tuttavia, i problemi posti dai due estremi della vita non sono paralleli. Mentre i criteri di accertamento della morte sono ben definiti con il concetto di morte encefalica, ovvero la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, incluso il troncencefalo, non c’è unanimità sull’inizio preciso della tutela obbligatoria di una vita umana.

La valutazione morale degli interventi sulla vita prenatale, dell’aborto e della procreazione medicalmente assistita ha il suo criterio nello statuto ontologico, etico e giuridico dell’embrione umano. Rispetto ad esso emergono le seguenti domande: chi o che cosa è l’embrione riguardo al suo essere e quali responsabilità  abbiamo nei suoi confronti? Dallo statuto ontologico dell’embrione derivano gli obblighi etici e giuridici. Proprio qui ci troviamo di fronte a una questio non facilmente risolvibile. Le nuove conoscenze della biologia molecolare e dell’embriologia da un lato sottolineano il fatto che non esiste una “linea di demarcazione” durante l’embriogenesi ma, dall’altro lato, non dicono nulla sulla personalità dell’embrione, siccome questa qualità è di natura ontologica e non fisiologica. Lungo la storia e nei dibattiti più recenti l’argomento è rimasto sempre attuale, basti pensare al tema dell’animazione nella riflessione teologica. La Pontificia Accademia per la Vita ha pubblicato nel 1998 dieci contributi di una Task-Force sull’argomento nel volume “Identità e statuto dell’embrione umano”. La XIIa Assemblea Generale di questa Accademia ha organizzato recentemente (27-28 febbraio 2006) un congresso internazionale in merito: “L’embrione umano nella fase del preimpianto”.

Il dramma del dolore, della malattia e della morte è la sfida più grande per ogni uomo. Il dolore e la morte mettono in crisi la pretesa narcisistica dell’uomo moderno, che ritiene di poter controllare tutta la sua vita attraverso la scienza e la tecnologia. Di conseguenza, la società consumistica non può accettare ed umanizzare la morte accompagnando amorevolmente il malato. La morte è trasformata in un vero e proprio tabù. Contro la confusione terminologica circa l’eutanasia, l’A. esplica che la malizia morale dell’eutanasia non dipende dai mezzi con i quali viene eseguita, contrariamente a un’opinione largamente diffusa, bensì dagli interventi o dalle omissioni in sé letali e ragionevolmente scelti dall’agente, dove l’intenzione è di evitare ogni sofferenza fisica e psichica. Il magistero condanna non soltanto l’eutanasia ma anche l’accanimento terapeutico, che intende mantenere in vita un paziente ad ogni costo. Le risposte adeguate al dramma sono le cure palliative che cercano di rispondere ai bisogni fisici, psichici e spirituali del paziente. Questo atteggiamento significa non solo una risposta adeguata ma anche un atto pacificatore che rafforza il “capitale di fiducia” nella società e la pacifica convivenza di essa, la quale è un elemento costitutivo del bene comune.

Il manuale si prefigge di delineare un corso completo di bioetica, anche se fa una scelta tra argomenti classici e nuovi della disciplina. La prima parte dell’opera presenta al lettore un fondamento solido ai problemi particolari in attento ascolto della tradizione teologica e del magistero. La prospettiva di questa  parte generale, da un lato, è quella di offrire una chiave di lettura antropologica, contenuta nelle fonti della rivelazione e, dall’altro, di essere attenti alle opinioni a volte discordanti del dibattito pubblico attuale. Il radicamento nell’antropologia teologica e nell’ethos cristiano aiuta a capire correttamente i diversi termini, come aborto diretto e eutanasia, per poi orientarsi nell’incertezza semantica che caratterizza i dibattiti sopra menzionati.

Percorrendo i capitoli attinenti alla bioetica speciale si nota la diversa profondità con la quale i singoli argomenti vengono trattati. L’A. ha inteso dare un orizzonte rappresentativo dei problemi in gioco. La bibliografia generale (p. 3) e le note invitano ad ulteriori approfondimenti. Tra le quattro parti sulla bioetica speciale due, come nodi fondamentali, sono state elaborate più dettagliatamente: la seconda, che porta il titolo “Non uccidere”, e la quarta, che presenta gli argomenti relativi all’inizio della vita. Il comandamento “non uccidere” fonda la grandezza dell’uomo nella sua relazione singolare con Dio. Il valore etico dell’esistenza dell’altro uomo trascende ogni uomo e lo rimanda al totalmente Altro, a Dio stesso. Nel volto del “fratello” si scopre il volto di Cristo, il nostro invito a diventare figli nel Figlio. Il dibattito attorno ai temi della embriogenesi e dell’embriopoiesi (cf. Parte quarta) è uno dei più vivi e attuali della bioetica. Qui non è facile riconoscere il “volto” dell’altro, non ancora visibile, e si confondono l’essere uomo-persona e l’esercizio delle facoltà tipicamente umane.

Nella conclusione l’A. richiama l’attenzione al Vangelo della vita. Infatti, “l’incarnazione rivela la dimensione cristica della vita umana. Se la nascita del Figlio di Dio svela il significato altissimo della vita umana, la sua morte in Croce annuncia la vittoria sulle forze del male” (p. 320).

Vista la metodologia e il vasto panorama dell’opera, affermiamo che essa unisce, con successo, le esigenze della correttezza scientifica ai requisiti didattici entro i limiti della dimensione di un “manuale”. I manuali di bioetica, certamente, non mancano neanche in lingua italiana, tuttavia, il volume recensito a buon diritto risponde in modo lodevole a un bisogno presente nell’insegnamento universitario della bioetica cattolica, la quale deve far sentire la sua voce a difesa della vita.


 
 
 
 
 
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