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Rivista Antonianum
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Foto Fagiolo Vincenzo , Libri nostri: Gino Concetti, Chiesa e politica , in Antonianum, 65/2-3 (1990) p. 400-404 .

Il libro di Gino Concetti « Chiesa e politica » (edito da PIEMME, Casale Monferrato 1989, pp. 303) ci dà un ampio ventaglio degli interventi che le Conferenze episcopali di moltissime nazioni hanno volutamente pub­blicizzato a sostegno dei diritti fondamentali della persona umana e dei diritti dei loro popoli alla libertà e democrazia, alla giustizia e alla pace. Da essi l'autore ricava anche gli insegnamenti che i diversi episcopati (e sono ben 22) hanno inteso proporre « sulla presenza dei cattolici nella vita pubblica e in particolare nella vita politica ».

Leggendoli mi sono sorte tre domande, che qui ora sintetizzo e alle quali cerco di rispondere seguendo gli stessi insegnamenti, di cui il libro ci dà ampia documentazione, che presenta situzioni socio-culturali, storico-ecclesiali assai diverse, come possono essere ad esempio quella italiana e la filippina, quella di Haiti e la francese, quella dell'America Latina e la europea.

Ma per quanto diverse ed assai variegate siano le situazioni che le conferenze episcopali prendono in considerazione e giudicano con i loro insegnamenti, questi coinvolgono tre fondamentali problemi che ora qui intendo esaminare come contributo alla conoscenza del volume di Concetti.

1 - Primo problema: nei loro insegnamenti le conferenze episcopali di sì tanti e diversificati paesi, partono da un'unica dottrina o hanno una diversa base ideologica?

Dai loro insegnamenti emerge quella communio doctrinalis che è la prima prerogativa di un « episcopato uno e indiviso », quale ci è stato presentato dal Vaticano II come un dato necessario alla Chiesa (cf. LG. n. 18)? E nel caso che risultasse tale unità, sono gli stessi insegnamenti in sintonia con quelli del Romano Pontefice, che — sempre secondo lo stesso Concilio e il Concilio Vaticano I — è « il principio e fondamento perpetuo e visibile dell'unità e della comunione » episcopale?

Dico subito che la risposta a questa prima domanda mi si è presen­tata la più facile rispetto alle altre due che seguiranno. Dai testi che sono nel libro (e penso che se potessimo avere tutti i pronunciamenti in materia, il giudizio non cambierebbe, atteso il vario campionario di cui disponiamo) emerge una tale comunanza di dottrina, di valori, di intenti

e finalità che offre una indubbia testimonianza di collegialità, che solo agli ignari e sprovveduti può sembrare sorprendente, ma per coloro che ben sanno e vivono la realtà ecclesiale, risulta la cosa più naturale e logica sul piano della fede e della comunione episcopale.

Sarà stato l'insegnamento conciliare o sarà stato il magistero ponti­ficio da Leone XIII a Giovanni Paolo II sui problemi sociali o saranno stati l'uno e l'altro insieme; sta comunque il fatto che dall'Italia all'Ame­rica Latina, dalle conferenze europee a quelle di altri continenti, l'episco­pato cattolico sta insegnando al mondo che la persona umana va sempre e dovunque salvaguardata nei suoi diritti alla vita, alla famiglia, alla li­bertà, alla giustizia, alla pace; e parimenti nessun forma di governo che pretendesse contrastare, negare o limitare tali diritti, può essere legitti­mata; e ogni società deve essere a servizio dell'uomo e delle istituzioni o raggruppamenti nei quali l'uomo svolge e sviluppa la sua personalità. Inoltre è comune insegnamento di tutti gli episcopati che i cattolici oggi devono essere a servizio dei loro paesi procuradone, con la loro partecipa­zione attiva, il bene comune.

Concretamente tutte le conferenze episcopali partono (e sviluppano secondo i casi specifici) da un'unica dottrina che troviamo chiaramente formulata nella dichiarazione del Vaticano II su « Comunità politica e la Chiesa»: il n. 76 della Gaudium et Spes può essere ritenuto il punto comune di riferimento. Si leggano le dichiarazioni della C.E.I., della Conferenza delle Filippine, del CELAM, ecc. Anche nelle condanne contro il divorzio, l'aborto, l'eutanasia non è difficile trovare una comunanza di dottrina, di motivazioni, di intenti.

Quello che la Lumen Gentium, n. 23, dichiarava più come un auspicio (« le conferenze episcopali possono oggi portare un molteplice e fecondo contributo affinché l'affetto collegiale sia condotto a complete applicazio­ni ») è oggi certamente una consolante realtà nell'impegnativo campo della difesa della persona e dei diritti dei popoli.

Anche se il libro del P. Concetti ci avesse aiutato soltanto ad eviden­ziare meglio questa realtà, già dovremmo riconoscergli un merito non effimero e ben consolante nella realtà attuale della Chiesa.

2 - Il secondo problema: nei molteplici ed assai diversificati insegna­menti i vari episcopati sono andati oltre le loro competenze? E' come dire se vescovi o conferenze episcopali abbiano invaso il campo della politica o se invece siano rimasti entro i confini del loro specifico ministero.

Se, infatti, i vescovi sono — come dichiara la Lumen Gentium, n. 20c, e sancisce il can. 375 § 1 — autentici maestri delle verità della fede e dell'ordine morale, come può legittimarsi un loro intervento a favore di un determinato partito politico in occasione delle elezioni di candidati al parlamento nazionale? Le reazioni, come quelle avutesi in Italia, sulle quali abbiamo espliciti e chiari riferimenti nel libro di Concetti (cf. pp. 9-26), a molti non son sembrate infondate, tanto che c'è stato perfino chi ha lanciato un ultimatum alla Chiesa, dichiarando apertamente che

tale intervento indebito « c'è stato e non ci deve essere più» (p. 5).

Sono nel giusto i vescovi filippini quando intervengono per dettare comportamenti circa le modalità delle elezioni: sugli scrutini e sullo spoglio delle schede, ecc. (cf. p. 209 ss.)? La Conferenza Episcopale del Costarica si è spinta fino ad una dichiarazione sul costo della campagna elettorale e sulla durata del mandato presidenziale (cf. pp. 200-201). In altri termini si può — come fece la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d'America per le elezioni del 1976 — parlare persino di un « ruolo della Chiesa nelle elezioni» (p. 162)?

L'autore deve essersi posto questo problema, se — come leggiamo nelle pagine 283-285 — ha sentito il bisogno di proporci una nota con cui spiega le « ragioni degli interventi ». Tra le ragioni che adduce a giustificazione di tutti i pronunciamenti episcopali, la più cogente mi sembra quella che sottolinea le motivazioni derivanti per un verso dalle situzioni di ingiustizia, che sono sotto gli occhi di tutti e che per il bene di tutti i vescovi si sentono in dovere di denunciare e per altro verso affondano le loro radici nel diritto-dovere degli stessi vescovi di dare il loro giudizio morale su cose in cui siano implicati diritti e valori fondamentali del­l'uomo (p. 283).

Nelle situazioni che hanno dato luogo agli interventi episcopali — an­che quando formalmente le cose sembravano puramente politiche — uno sguardo attento ravvisa sempre il destino dell'uomo, vi si trova sempre implicata la persona umana, tanto singolarmente considerata quanto nella sua globalità; e di essa sempre il magistero ha cercato la difesa e la promozione. Il libro lo documenta bene e sotto questo profilo il contributo che esso offre va considerato un elemento positivo a diradare ombre e a conferire chiarezza nei rapporti tra comunità politica e Chiesa (cf. p. 285, 288, 290).

Luigi Sturzo già nel 1937 — a conclusione del suo interessante studio sociologico-storico su Chiesa e Stato — auspicava tempi più liberi e più sicuri in cui « un nuovo soffio dì spiritualità e di riorganizzazione purifi­catrice » da parte del cristianesimo « nella sua caratteristica di religione personale e autonoma, avrebbero potuto far superare anacronistici steccati ed eliminare i gravi mali che affliggono i popoli.

Dalle pagine di Concetti emergono segni di questa speranza e ad ali­mentarla è l'azione del magistero che in Italia e in Europa, nelle Americhe e negli altri continenti con voce unisona sta indicando le vie giuste della vera libertà e democrazia.

Chiesa e Stato, politica e fede, non devono essere più visti e usati come antitesi, ma ci si deve incamminare verso una concezione più ampia e sostanziale della libertà e ad una più autentica visione della dignità della persona e dei suoi diritti.

In questa prospettiva il libro del Concetti mette in risalto il cammino già raggiunto ed i traguardi da perseguire.

3 - Un terzo interrogativo suscita la lettura di questo libro.

Ed è la domanda più inquietante; starei per dire che è anche cattiva verso la gerarchia. Dove sta nei discorsi dei Vescovi e delle\ ferenze Episcopali la prospettiva escatologica? In tutto questo libroV parla sempre dell'uomo e dei suoi diritti, quasi che non fosse più verti che il destino dell'individuo sia la vita eterna. Sembra che gli episcopati del mondo siano preoccupati di far star bene gli uomini qui in terra e non si preoccupino della salvezza eterna delle anime. La visione che se ne ricava dai loro insegnamenti sembra essere prevalentemente quella socio­logica, orizzontale. Dove sta l'insegnamento evangelico del quaerite primum regnum Dei et iustitiam eius? Chi ritroverebbe nelle pagine di questo libro ciò che assillava l'apostolo Paolo, il quale, convinto profondamente che passa la scena di questo mondo, predicava Cristo e Cristo Crocifisso, di null'altro gloriandosi se non della sua Croce?

Tutto questo interesse per la libertà dell'uomo, per la giustizia e la libertà dei popoli, senza il ricordo dei novissimi, non è forse un tradire il Vangelo e cercare più le cose di Cesare che quelle di Dio?

Cosa avrebbe detto Ignazio Silone dopo aver letto questo libro se già circa vent'anni or sono faceva pronunciare al suo Celestino V una dura predica contro Bonifacio Vili? Santità — dice in Avventura di un povero cristiano il santo fraticello della Maiella che per non aver voluto a che fare con i regni umani fece il « gran rifiuto » — Santità, veda dalla sua finestra quella vecchierella che sta censiosa sui gradini della basilica a chiedere l'elemosina; fra non molto tramonterà il regno di Napoli, quello di Francia e Spagna, passeranno i regni, le bandiere e le umane organiz­zazioni, ma l'anima di quella poveretta sopravviverà fra mille anni, fra un milione di anni, per sempre, perché è eterna.

Sì, l'obiezione può apparire oggi alquanto fondata, ma non è vera. E debbo ringraziare P. Concetti perché dalle sue pagine — pur così in­trise di sociologia, di preoccupante tensione umana (cfr. la gerarchia di Haiti e di tutta l'America Latina, delle Filippine e quella europea) — emerge il vero indirizzo pastorale, la finalità ultima di tutte le denunce dell'episcopato, il volto autentico della vera Chiesa di Gesù Cristo. E questa risposta la enuncio con una frase che trovo nell'antologia dello stesso Silone. Il brano è il racconto dell'incontro con Don Orione, durante il terremoto di Avezzano e del viaggio sino a Ventimiglia. Poche parole, ma che tramandano un ritratto perfetto del grande apostolo cristiano, l'in­stancabile opera di soccorrimento e di carità di Don Orione.

Silone, anche nelle conversazioni private, insisteva sul ricordo del santo, lo sentiva come una presenza radicata nella propria memoria; era profon­damente convinto che l'azione a favore dei poveri, come quella di Don Orione, conteneva un'efficacia  intrinseca  di  evangelizzazione   della  vita .Non si spiegherebbe altrimenti come mai egli ripetesse queste parole li Don Orione: « La fedeltà ai poveri è una bussola che non inganna », con l'aggiunta:  «per la conferma dei miei voti ho voluto scegliere la cappella di un carcere ».

All'azione a favore dei poveri di Don Orione si deve se Silone, « ac­canto alla sua lezione di maestro di libertà e di democrazia », abbia in sé conservata « una ininterrotta filigrana di fedeltà al Vangelo » (Petrocchi) e se — aggiungo dopo la documentazione raccolta dal P. Vanzan della Civiltà Cattolica — Silone è morto con i segni e conforti della religione cattolica.

Nelle pagine di Concetti non c'è pronuncia episcopale che in qualche modo non apre il cuore dell'uomo alla trascendenza. Negli insegnamenti che troviamo nel libro c'è sempre una forza spirituale. I vescovi dicono cose che fanno scoprire all'uomo la sua dignità di creatura, che lo rendono fratello degli altri esseri umani, lo pongono di fronte alla sua coscienza costringendolo a scegliere e agire bene non solo per sé, ma anche per l'uomo che incontra nella sua strada. Non è possibile non scorgere nei testi di questo libro quella preevangelizzazione che passando attraverso la giustizia per l'uomo, giunge all'evangelizzazione dello stesso uomo. Con la carità della verità e delle cose giuste oggi il magistero della Chiesa sta insegnando due traguardi, il primo è via al secondo: il rispetto della vita umana e l'apertura del cuore dell'uomo a Colui che solo è capace di far conoscere l'uomo all'uomo e costituirlo gloria del Dio vivente (cf. GS. 12,22).

Dobbiamo pertanto essere grati a P. Concetti, che con le sue pagine ci ha riconfermati nella convinzione che la fedeltà all'uomo è una bussola che non inganna la Chiesa.

 

 

 


 


 


 
 
 
 
 
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