Inizio > Rivista Antonianum > Articoli > Vian Giovedì 12 dicembre 2019
 

Rivista Antonianum
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Foto Vian Paolo , Miscellanea: Cadi novi et terra nova. Il Catalogo della Mostra Vaticana sull'evangelizzazione del nuovo mondo, in Antonianum, 68/2-3 (1993) p. 391-397 .

Per celebrare il quinto centenario dell'inizio dell'evangelizzazione del Nuovo Mondo, inaugurata dalla scoperta colombiana, la Pontificia Commissione per l'America Latina promosse nella Città del Vaticano due iniziative di carattere storico: un simposio internazionale sulla «His-toria de la Evangelización de America»1 svoltosi nella vecchia aula del Sinodo dall'I 1 al 14 maggio 1992 con la partecipazione di oltre un centi­naio di specialisti della storia della chiesa latino-americana; e una mostra di manoscritti e stampati dell'Archivio Vaticano e della Biblioteca Vati­cana sull'evangelizzazione americana. Dell'esposizione, inaugurata il 12 maggio 1992 alla presenza dei partecipanti al simposio internazionale e rimasta aperta nel Salone Sistino sino al 12 ottobre dello stesso anno, esce ora il catalogo, curato dal francescano Isaac Vàzquez Janeiro, che della mostra è stato l'intelligente e paziente artefice (la sua competenza sull'argomento è mostrata da numerosi contributi sull'evangelizzazione americana2). È raro segnalare un catalogo che, come questo, non si accontenti di lusingare gli occhi con superbe riproduzioni ma si sforzi di da­re una lettura teologicamente e storicamente così accurata e approfondita dell'evento che testimonia. Una lezione, in quest'epoca pullulante di mostre.

Le limitazioni precisate dal sottotitolo hanno diverse ragioni: la ri­cerca è ben lungi dall'aver esplorato completamente i ricchi fondi vati­cani e le due grandi navate del Salone Sistino presentavano naturalmente una limitata capacità rispetto al vasto ventaglio di possibilità. La scelta di fermarsi al 1600 è stata dunque un gesto di modestia e di saggezza; ma, se non ci sbagliamo, risponde anche all'esigenza di concentrarsi su una fase ben precisa e caratterizzata dell'evangelizzazione americana, prima che assuma nel Seicento e nel Settecento aspetti e caratteristiche diverse. La limitazione al primo secolo dell'evangelizzazione americana ha permesso in altre parole di cogliere un insieme più omogeneo di quanto sarebbe accaduto allargando la forbice cronologica ad altri periodi.

Il catalogo è aperto — dopo le parole di Cipriano Calderón Polo, vi­cepresidente della Pontificia Commissione per l'America latina (La Igle­sia y la evangelización americana, pp. 21-22), di Léonard E. Boyle, Prefetto della Biblioteca Vaticana (La Biblioteca Vaticana y la evangelización ameri­cana, pp. 23-24) e di Jozef Metzler, Prefetto dell'Archivio Vaticano (Evangelisierung und Vatikanisches Archiv, pp. 25-26) — dal curatore, padre Vàzquez, e dal gesuita Jesus Lopez-Gay, che delineano il quadro delle origini dell'evangelizzazione, rispettivamente nell'America spagnola (pp. 29-42) e in quella portoghese (pp. 43-46). Il primo dato che salta agli occhi è la responsabilità preminente nell'opera missionaria assunta, nell'uno come nell'altro ambito, da cinque ordini religiosi: francescani, domenicani, mercedari, agostiniani, gesuiti sbarcano nel Nuovo Mondo per intraprendervi un'opera gigantesca, continuando quella che nei se­coli precedenti i primi quattro hanno svolto nel vecchio continente. Ge­neralmente, sono ordini che hanno concluso un processo di rinnovamento interno, attraverso il travaglio delle «osservanze»; i religiosi — che divengono spesso vescovi delle nuove sedi (18 su 33 sedi erette tra il 13 agosto 1511, erezione di Santo Domingo, e il 15 aprile 1577, erezione di Trujillo) — sono di un buon livello di cultura, quindi pronti a uno sforzo di compren­sione delle culture autoctone e spesso anche a una difesa degli indigeni dagli abusi dei «conquistadores».

Ma, naturalmente, l'evangelizzazione non è priva di ostacoli, di resi­stenze, di opposizioni. La frattura che ha spezzato la cristianità occiden­tale si riflette nel Nuovo Mondo; nel 1570 alcuni calvinisti francesi assal­tano vicino alle Canarie una nave con quaranta gesuiti diretti in Brasile e li sterminano. Ma la lotta cruenta non è nulla rispetto al grande conflitto ideale che vede fronteggiarsi i fautori e gli oppositori dell'evangelizza­zione. Sono capaci gli «indios» di accogliere la fede? Sono sinceri nel­l'atto di abbracciarla? Sono costanti nel professarla (p. 38)? I quesiti in gioco sono formidabili e chiamano sostanzialmente in causa 1'«umanità» delle popolazioni  incontrate  dagli  europei.   I  missionari  sono  risoluta­mente convinti di una triplice risposta positiva. Il francescano Diego Va-ladés, con la sua Rhetorìca Christiana (1579), nell'America spagnola, il ge­suita Manuel de Nóbrega, con il Diàlogo sobre a Conversao do Gentio (e. 1556), nell'America portoghese, si battono non solo per mostrare la legit­timità e l'opportunità dell'evangelizzazione ma, in ultima analisi, per di­fendere, teoricamente prima ancora che praticamente, la dignità umana degli evangelizzati, capaci di Dio e del Vangelo e quindi veramente e pie­namente uomini.

Merito della mostra è di aver sottolineato con forza questo aspetto veramente liberatorio dell'evangelizzazione americana. La prima sezione (Gentes, tierras y caminos de la evangelización, pp. 49-81), sul contesto sto­rico, geografico, religioso, politico e culturale in cui si inserisce la mis­sione, acquista allora un valore particolare. Si rispetta l'indigeno non solo nell'apprezzamento dei valori della sua cultura ma anche e soprattutto nel ritenerlo in grado di aprirsi alla Parola di Dio. La seconda sezione (Misión y evangelización. La evangelización americana en régimen de patro­nato, pp. 83-107) mostra certo quanto la Corona spagnola abbia potuto allargare la sfera delle sue competenze in materia ecclesiastica indiana, in forza del patronato; ma pone altresì in risalto come i papi non abbiano mai abdicato al mandato di evangelizzare esercitato dottrinalmente attra­verso numerosi documenti magisteriali (testimoniati nei due volumi del-YAmerìca Pontificia di padre Metzler3), praticamente attraverso i missio­nari. Essi sanno che la radice ultima della loro presenza è la «missio apo­stolica», unica garanzia dell'ortodossia della loro predicazione4.  La Corona spagnola, per quanto effettiva protagonista dell'organizzazione mis­sionaria indiana, è ben consapevole di esserlo solo grazie ai privilegi con­cessi da Roma.

D'altra parte, l'Europa partecipa appassionatamente agli eventi americani. La terza sezione (Teologia, evangelización y conquista, pp. 109-133) testimonia la presenza americana nelle discussioni universitarie, da Parigi a Oxford, da Cambridge a Bologna; ma è soprattutto a Salamanca che si discutono le questioni americane, presso la cattedra retta dal 1526 da Francisco de Vitoria e dai suoi successori, come lui sempre domeni­cani. Veniva così offerta alla cultura salmanticense una gamma di fatti e problemi che portarono a un profondo rinnovamento della teologia sco­lastica e alla creazione di un nuovo diritto delle genti; in cambio Sala­manca offrì all'America non solo uomini ma anche idee ispirate alla mi­gliore tradizione della Chiesa, sulla base delle quali sarà possibile affron­tare e risolvere gli svariati problemi posti dalle nuove realtà, conquista, guerra, dominio, «encomiendas», schiavitù, diritto di predicare, libertà di conversione, condizioni per l'ammissione al battesimo. Sono note le ric­chezze particolari, illustrate da Franz Ehrle in un articolo nella rivista Der Katholik5, offerte dalla Vaticana a proposito dei teologi salmanti-censi del secolo XVI, per buona parte provenienti dall'antica biblioteca romana degli Altemps.

Dopo la quarta sezione (Doctrina y praxis de la evangelización, pp. 135-169) sugli strumenti pratici (catechismi manuali per confessori, rituali, grammatiche, vocabolari) e teorici dei missionari (fra questi, i celebri Colloquios di Bernardino de Sahagun), si giunge a quella che ci pare il cuore della mostra rappresentato dalla quinta sezione (America y la evan­gelización en la conciencia europea del siglo XVI, pp. 171-233). Dalla quale sembra subito emergere un fatto per molti versi sconcertante. Molti au­tori che scrivono dell'America non ci sono mai stati, anche se taluni — come il milanese Girolamo Benzoni — vogliono far credere il contrario. In realtà, sono in tanti a vedere l'America da lontano in un'ottica euro­pea, riflettendo le diverse prospettive che animano e scuotono la co­scienza europea del secolo, dall'umanesimo alla rinascita scientifica e po­litica, dalla riforma protestante e calvinista a quella cattolica e alla Con­troriforma6. Il Nuovo Mondo diviene così uno specchio del vecchio, un riflesso, una palestra in cui si confrontano e si scontrano le diverse ten­sioni europee. Di fronte a tanta infedeltà, quanto più si apprezzano gli sforzi di oggettività dei cartografi!

Prendiamo, per esempio, il caso di Benzoni; la sua Historia del Mondo Nuovo esce a Venezia nel 1565, «reportage» di isole, mari, città «da lui proprio vedute, per acqua e per terra in quattordici anni». Ci sono parecchi motivi per dubitare della veridicità di questa «autopsia» e c'è addirittura chi dubita dell'esistenza stessa di un autore con questo nome. Ciò che però ora preme sottolineare è che Benzoni, personaggio reale o «nom de piume» che sia, non si limita a riferire ciò che ha visto (o dice di aver visto). Vuole anche narrare le tappe della conquista, attingendo a Pietro Martire d'Anghiera e ai cronisti e storici spagnoli, da Pedro Cieza de Leon a Gonzalo Fernàndez de Oviedo, da Francisco Lopez de Gó-mara ad Augustin de Zarate. Ma rovesciandone la prospettiva. Non è mosso da cristiana pietà per quei «brutti animali» degli indigeni; gli inte­ressa solo la demolizione della gloria spagnola. Di qui, coerentemente, discende la contestazione frontale dell'evangelizzazione. Secondo Ben­zoni, gli «indios» non si sono mai convertiti veramente per un peccato d'origine nell'annuncio: gli spagnoli non miravano alla propagazione della fede ma solo all'oro, alla depredazione e al genocidio di interi po­poli. Benzoni è uno dei grandi corifei della «leggenda nera» americana (e non pare senza significato che proprio lui non sia mai stato in America, tanto più se lo si paragona al «curriculum» del suo ideale antagonista, il francescano Valadés, portato da piccolo in America e rimastovi per tren-t'anni sino ad arrivare a predicare in tre lingue diverse, messicana, tara-sca e otomi).

Delle tesi di Benzoni — di un italiano, di un cattolico, che addirit­tura dedica a Pio IV la sua opera! — si impadronisce subito il mondo ri­formato (ruolo saliente nella loro diffusione svolge il calvinista Urbano Chauveton): dopo l'«editio princeps», seguono ben trenta edizioni in lin­gue diverse, spesso illustrate con le truci ed efficacissime incisioni di Theodor de Bry («Ergo, Hispane audax, lucrum fuit unica causa: / Tantae Relligio non tibi causa viae», recita l'epigramma stampato in apertura della sua Americae Pars Quarta). Il conflitto — c'è appena il bisogno di notarlo — è squisitamente politico-ideologico e in controluce non è diffi­cile scorgervi l'espressione dell'antagonismo in Europa tra la Corona spagnola e le altre potenze europee.

Le reazioni cattoliche non si fanno attendere, da quella del france­scano Arnould Meerman, che pubblica il suo Theatrum conversionis gen-tium ad Anversa nel 1572 nell'infuriare delle guerre religiose nei Paesi Bassi, al ministro generale dell'Ordine minoritico e poi vescovo France­sco Gonzaga; dall'oratoriano Tommaso Bozio, discepolo di Filippo Neri e compagno di Cesare Baronio, al gesuita Antonio Possevino, al secolare Giovanni Boterò. I temi sono comuni e ricorrenti: lo sforzo missionario della Chiesa cattolica nel Nuovo Mondo è un fatto senza precedenti nei primi quindici secoli della storia del cristianesimo; mai si vide impresa tanto vasta e corale; proprio questa straordinaria primavera evangelizza­trice rappresenta un «signum Dei» che certifica e attesta quale sia la vera Chiesa cattolica (De signis Ecclesiae Dei è appunto il titolo dell'opera del Bozio uscita a Roma nel 1591).

La replica fa i conti con la critica. Il Possevino ha ben presenti le ac­cuse protestanti quando, nel nono libro della sua Bibliotheca selecta (1593), afferma: «Non è corretto il comportamento di quanti per conte­stare quest'opera divina osservano quanto di male è stato fatto fra gli in­diani ma trascurano il bene compiuto [...]. Non è giusto rimproverare al giardino che non contenga solo fiori, non si può rifiutare globalmente la paglia perché non è tutto grano, non si può disprezzare l'intera terra per­ché non è tutta oro» (p. 218). Il ponderato giudizio del gesuita sembra riecheggiato, quasi quattro secoli dopo, dalle parole di Giovanni Paolo II il 14 giugno 1991 all'assemblea plenaria della Pontificia Commissione per l'America Latina: «la Chiesa si prepara a celebrare il quinto centenario [dell'evangelizzazione americana] senza trionfalismi, però consapevole che è una sublime grazia del Signore quella che chiamò alla luce della fede milioni di uomini e di donne che invocano il suo nome e in Lui sono salvati»7.

Come si è accennato, le superbe riproduzioni (189 in tutto) illustrano eloquentemente i testi, molto documentati, del catalogo. Di esse le prime quattro («Creación», «Redención», «La Iglesia», «El Buen Pastor»), di­segnate ed edite dal Valadés nel 1579, costituiscono, a nostro avviso, un vero trattato teologico dell'evangelizzazione; specialmente l'immagine della Chiesa, che campeggia anche sulla copertina e sul frontespizio, ap­pare quanto mai appropriata: un gigantesco crocifisso innalzato su una caravella avanza nell'oceano. Cinque secoli fa la croce fu piantata nel Nuovo Mondo. Un cristiano non può rinunciare all'idea che il significato più alto, la sostanza più vera di quell'evento sia appunto quella croce piantata a dare un senso e una speranza alle contraddizioni e alle soffe­renze di un continente. Contraddizioni e sofferenze che sarebbe ingenuo e antistorico credere siano incominciate, «ex abrupto», in quel fatidico 1492.

Insomma, il catalogo, eccellentemente curato da padre Vàzquez, ci sembra meriti di essere considerato, più che la peritura guida di una mo­stra effimera, un libro di storia e per la storia. Un contributo rilevante e duraturo che spicca e spiccherà nella colluvie di pubblicazioni e di inizia­tive legate al quinto centenario del «Descubrimiento» e della grande im­presa missionaria che da quell'evento prese avvio.


 
 
 
 
 
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