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Recensione: Jacques Dupuis, Introduzione alla cristologia

 
 
 
Foto Battaglia Vincenzo , Recensione: Jacques Dupuis, Introduzione alla cristologia , in Antonianum, 69/1 (1994) p. 125-127 .

L'opera, che è inserita nella Collana «Introduzione alle discipline teologiche» diretta da Rino Fisichella e realizzata dai Professori della Pontificia Università Gregoriana di Roma, unisce al merito di offrire una guida chiara, esauriente e sti­molante allo studio della cristologia il pregio di raccogliere in sintesi il frutto di una lunga frequentazione della materia trattata.

Come leggiamo nelle pagine introduttive, uno dei compiti primari svolti dalla cristologia è orientare la riflessione sul cristianesimo in senso cristocentrico: «il mistero cristiano ... è per definizione cristocentrico e non ecclesiocentrico. Gesù Cristo è il mistero primordiale da cui la Chiesa deriva e a cui si relaziona» (p.8). Il richiamo è quanto mai opportuno, vista poi l'impostazione data al sesto ed ul­timo capitolo, imperniato sul tema «Gesù Cristo il Salvatore universale» (pp. 206-242), dove l'autore affronta il discorso sulla portata salvifica universale inerente alla persona di Cristo elaborando la riflessione a partire dalla confessione della sua unicità. Pertanto, la domanda concernente il posto «centrale» occupato da Cristo nel piano salvifico divino trova risposta nella autocomunicazione compiuta da Dio a favore dell'uomo: mediante l'Incarnazione del Verbo Dio ha voluto «rendere la sua autodonazione il più totalmente immanente possibile» (p. 217). Nel contesto di questa argomentazione l'autore non omette di sottolineare la di­mensione cosmica intrinseca all'incarnazione: Cristo dà senso non solo alla storia dell'umanità, ma anche all'intero universo; davvero egli sta al centro della storia della salvezza, la sua signoria salvifica abbraccia l'intero arco dello spazio e del tempo, dall'inizio alla fine.

La risposta data a questa prima questione illumina ed orienta l'approccio al rapporto tra Gesù Cristo e le religioni del mondo. Specialista in materia, - pen­siamo espressamente al volume «Gesù Cristo incontro alle religioni» pubblicato nel 1989 -, Dupuis mostra con chiarezza che, per impostare correttamente una teologia delle religioni, è necessario senz'altro abbandonare la via ecclesiocentrica rivelatasi ormai impraticabile, ma è ugualmente necessario non farsi irretire nelle maglie di un teocentrismo che esclude la funzione normativa svolta da Gesù Cristo. Pertanto, la soluzione più idonea porta a muoversi secondo il registro del cri-stocentrismo inclusivo, aperto e finalizzato al teocentrismo.

Questi rapidi accenni fanno già intrawedere l'obiettivo cui mira l'autore: ela­borare una cristologia rinnovata, atta a dare spazio a quegli aspetti del mistero di Cristo che non sempre sono stati messi in risalto come si doveva. Ma per apprez­zarla adeguatamente è opportuno prendere nota del metodo con cui deve essere costruita.

Ai due metodi genetico o storico-evolutivo e dogmatico rispondenti ad una impostazione deduttiva, Dupuis preferisce quello induttivo. Precisamente, ritiene indispensabile partire dalla fede vissuta in contesto per arrivare poi a riflettere sul contesto alla luce della fede: in base a questo cambiamento di prospettiva, at­tiva un procedimento ermeneutico strutturato dalla correlazione tra il testo (Scrittura, Tradizione, Magistero), il contesto (l'intera realtà culturale circo­stante) e l'interprete. È un procedimento che induce non solo a riconoscere il va­lore del pluralismo cristologico, ma obbliga anche ad adempiere rigorosamente il compito di inculturare la fede cristologica (cfr. pp. 12-20). Con riferimento a que­ste istanze l'autore passa a disegnare un quadro sintetico dei recenti approcci al mistero di Cristo condotti sia dal versante biblico che da quello teologico, valu­tandone di volta in volta meriti e limiti, per arrivare a delineare in chiusura la sua proposta basata su un approccio di tipo «integrale» regolato da cinque principi: della tensione dialettica, della totalità, della pluralità, della continuità storica e di integrazione (pp. 25-45).

Tenendo conto sia dei principi appena elencati che dell'intero percorso se­guito dalla trattazione, possiamo elencare gli elementi che rientrano nella meto­dologia adottata come segue. Innanzitutto, il Nuovo Testamento è e deve rima­nere sempre la «norma normans» della riflessione elaborata dalla Chiesa. Si deve poi prestare la massima attenzione alla dimensione «storica» del mistero di Gesù Cristo così come è tramandata dai racconti evangelici, ma sapendola integrare sempre con la dimensione ontologica. Inoltre va rispettata la logica della conti­nuità nella discontinuità che presiede, per esempio, sia al rapporto tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, - tra la cristologia «implicita» di Gesù e la cri­stologia «esplicita» della comunità primitiva -, come al rapporto tra la cristologia del Nuovo Testamento e il dogma cristologico elaborato dalla Chiesa lungo i se­coli. Parimenti vanno rispettate e garantite tanto la complementarietà, quanto l'integrazione tra l'approccio ascendente o «dal basso» e l'approccio discendente o «dall'alto». Ancora, occorre dare spazio al pluralismo degli indirizzi cristologici senza compromettere però l'unità della fede cristologica. Infine, ci sono tre aspetti del mistero cristico che vanno riscoperti: oltre a quello storico di cui si è già detto, l'autore segnala quello personale e trinitario e quello soteriologico (cfr. per esempio, pp. 157-160).

I capitoli centrali del volume mettono a disposizione una esposizione sinte­tica delle tematiche che sono oggetto di una «introduzione alla cristologia» con­dotta in base alla metodologia suindicata. Così il capitolo secondo mette a tema i tratti essenziali della vicenda storica vissuta da Gesù, il quale sta all'origine e al fondamento della fede cristologica esplicita elaborata dalla Comunità primitiva a partire dalla Pasqua (pp. 56-82). Subito dopo viene tratteggiato il quadro della cristologia neotestamentaria facendo risaltare l'organicità di uno sviluppo che, muovendo dalla proclamazione del Cristo Risorto fatta nel Kerigma primitivo, ar

riva alla confessione della sua preesistenza ed identità divino-filiale (pp.83-111). Con il quarto capitolo si entra nell'alveo della storia del dogma cristologico: dei concili svoltisi in epoca patristica vengono esaminati il contesto, la problematica, il contenuto dottrinale e la sua attualità, con l'intenzione di sottolineare soprat­tutto il valore permanente del dogma quanto al «senso» o al «contenuto» tra­smesso dal linguaggio (pp. 112-160).

Infine, nel quinto capitolo l'autore esamina i «Problemi della psicologia umana di Gesù» (pp 161 -205). Dopo aver ricordato in apertura, e giustamente, che i testi evangelici autorizzano a riflettere sulla tematica (pp. 161-165), affronta con ponderatezza, in ordine successivo, le problematiche inerenti all'autoconsa-pevolezza, alla conoscenza, alla volontà ed alla libertà umane di Gesù. Punto di riferimento costante sono le regole desunte dallo studio delle «fonti» realizzato nei capitoli precedenti, ed in particolare la formula dogmatica della unità iposta­tica da prendersi sapendo far funzionare adeguatamente, tra l'altro, la distinzione tra persona e natura e la differenza o asimmetria tra le due nature.

Tra le considerazioni degne di nota, vorrei citarne almeno due. Con riferi­mento alla autonomia della natura umana di Gesù, osserva: «Le azioni umane di Gesù sono veramente quelle del Verbo di Dio: egli è colui che sta agendo in esse, esercitando la propria "causalità personale". Ma una simile totale "espropria­zione" in ordine alla persona non toglie alcunché al senso di responsabilità e di iniziativa umana di Gesù: ciò garantisce che in Gesù il Figlio di Dio stesso ri­sponde come uomo alla missione che ha ricevuto dal suo Padre» (pp.171-172). Nel contesto del discorso relativo alla volontà ed alla libertà, afferma: «Il principio guida per una valutazione teologica delle perfezioni e dei limiti della volontà umana di Gesù - come anche della conoscenza umana - è che il Figlio di Dio ha assunto tutte le conseguenze del peccato che che potevano essere da lui assunte, comprese la sofferenza e la morte, e alle quali ha dato un significato ed una va­lenza positiva per la salvezza dell'umanità» (p. 191).

 

 


 



 
 
 
 
 
 
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