> > > Friday 04 December 2020
 


 
 
 
 
Foto , 3. Commemorazione di Giovanni Duns Scoto, in Antonianum, 53/1-2 (1978) p. 393-397 .

L'8 novembre 1977 si è svolta, come ogni anno, la commemorazione di Giovanni Duns Scoto nell'anniversario della sua morte. Essa ha avuto luogo con il seguente programma: Parole di saluto del Rev. P. Umberto Betti O.F.M., Rettore Magnifico; Relazione sui lavori in corso per l'edi­zione critica delle Opere di G. Duns Scoto del Rev. P. Luca Modric O.F. M., Presidente della Commissione Scotista; Relazione sulla dimensione cosmica ài Cristo nella cultura orientale prescolastica e in G. Duns Scoto del Rev. P. Gabriele Giamberardini O.F.M., Professore al Pontificio Ateneo Antoniano.

Tra i molti studiosi e ammiratori del maestro della scuola francescana e le personalità presenti sono da ricordare, oltre al Rev.mo P. Costantino Koser, Ministro Generale dell'Ordine e Gran Cancelliere dell'Ateneo « An-tonianum»: l'Em.mo Card. Ferdinando Antonelli, l'Ecc.mo Mons. Carlos Amigo Vallejo, Arcivescovo di Tangeri, e, in rappresentanza delle altre famìglie francescane, il P. L. Cava, Vicario Generale dei Frati Minori Con­ventuali, il P. B. Frey, Vicario Generale dei Frati Minori Cappuccini e il P. R. Pazzelli, Definitore Generale del Terz'Ordine Regolare.

a) Parole di saluto del P. Umberto Betti, Rettore Magnifico

«Un saluto e un ringraziamento cordiale a tutti coloro che hanno ac­colto il nostro invito a questa commemorazione annuale, per condividere con noi un momento di particolare interesse culturale.

Tale è, effettivamente, sia l'informazione sui lavori in corso per l'edi­zione critica delle opere di Giovanni Duns Scoto che ci darà il P. Luca Modric, Presidente della Commissione Scotista; sia la lezione del P. Ga­briele Giamberardini, Professore Ordinario nella Facoltà Teologica del nostro Ateneo, sul tema "La dimensione cosmica dì Cristo nella cultura orientale prescolastica e in Giovanni Duns Scoto".

Un tema stimolante, questo, che riporta al centro dei nostri pensieri la figura di Cristo, come lo fu per l'insigne Maestro che celebriamo. Basti dire che egli, per indagare le profondità del suo mistero, si dette una norma teologica e metodologica degna davvero di un pensatore credente: "Quando si tratta di lodare Cristo preferisco dir di più che di meno, se a causa della mia ignoranza dovessi cadere nell'uno o nell'altro eccesso" (In III Sentent., d. 13, q. 4, n. 9: ed. Vivès, t. XIV, p. 463). Norma che è come l'asse portante della sua cristologia, centrata sull'avvenimento dell'Incarnazione del Verbo, l'evento unico e irrepetibile, che va ben al di là del Cristianesimo in quanto religione storica. Esso coinvolge tutta la creazione, e tutta la influenza anche, per così dire, fisicamente, poiché Dio, facendosi uomo, è divenuto parte del mondo da lui creato.

L'approfondimento di tale evento preluderebbe ad una teologia in gran parte ancora inedita: l'incidenza dell'Incarnazione nella destinazione ultima del cosmo.

Il Concilio Vaticano II ha detto qualcosa sul rapporto tra i due stati del mondo prima e dopo la parusìa; ma non si è voluto pronunziare fino in fondo, limitandosi a dire che "ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l'universo" (Gaudium et spes, n. 39). Molto più esplicita ed ottimistica era stata l'opzione dello Schema, modificato poco prima della promulga­zione, dove si diceva: "E' consentito pensare che la stessa realtà mon­dana, creata da Dio per l'uomo e consacrata dal Figlio con l'incarnazione, rimanga" {Schema Const. past. De Ecclesia in mundo huius temporis. Textus recognitus et Relationes. Pars I, 1965, p. 45). Si ammetteva, dunque, che il mondo sarà rinnovato, ma non sostituito; sarà un mondo nuovo, ma sostanzialmente lo stesso: non annientato nel suo essere, ma trasfi­gurato in un altro modo di essere attraverso il progressivo perfeziona­mento della sua realtà attuale.

Un'indagine rigorosa e complessiva della dottrina di Scoto sarebbe forse molto illuminante al riguardo. E' auspicabile che la commemora­zione che ora di lui facciamo ne sia occasione ispiratrice. Il Pontificio Ate­neo "Antonianum" la pubblicherebbe volentieri in una delle sue Collane ».

b) Relazione del P. Luca Modric sui lavori della Commissione Scotista

Dopo il saluto del Rettore Magnifico P. Umberto Betti, ha preso la parola il P. Luca Modric, Presidente della Commissione Scotista. Nel-l'esporre la vastità dei lavori attualmente in corso egli si è soffermato particolarmente sulla preparazione della distinzione 14 del Secondo Libro déll'Ordinatio e della distinzione 25 del Secondo Libro della Lectura.

Scoto, nella dist. 14, parlando dell'universo è entrato nel campo del­l'astronomia con i termini dell'antica concezione Aristotelico-tolemaica. E' logico supporre che Scoto, per i problemi di questa dottrina, abbia do­vuto spostarsi dal suo linguaggio filosofico-teologico e assumersi la respon­sabilità dell'uso di un'altra terminologia, quella cioè propria delle scienze esatte. Ma questo non poteva essergli molto facile, poiché i dati scientifici acquisiti in quell'epoca erano troppo vasti e complessi.

Bisogna ricordare inoltre che la formazione filosofico-teologica di Scoto coincise con il periodo che vide le due correnti dell'Agostinismo e dell'Aristotelismo avviarsi verso posizioni sempre più contrastanti. Quindi se Scoto intendeva dare una sua risposta, doveva scegliere anche la propria via nel trattare i diversi problemi; difatti nel suo commento del Maestro Pietro Lombardo egli inserisce i nomi più autorevoli degli autori che lo precedettero, sempre con l'intenzione di dare loro una risposta.

In queste circostanze fu elaborata da Scoto la distinzione 14; nessuna meraviglia quindi se i diversi redattori dei manoscritti hanno tramandato troppe e contrastanti varianti del testo. Questo sta ad indicare che essi, a causa delle difficoltà incontrate, non hanno neppure compreso con esattezza il pensiero di Scoto. E' evidente che ogni errore dei redattori ha costituito per la Commissione un particolare problema da risolvere.

Per ridare al testo di Scoto la sua genuinità, era necessario confron­tarlo con le questioni parallele della Lectura e della Reportatio, ed anche con altri luoghi di Scoto, oltre naturalmente ad uno studio meticoloso delle fonti da lui usate. Così si è dovuto approfondire le opinioni e la termi­nologia di Aristotele e dei suoi commentatori, di Tolomeo e Alpetragio, del Maestro Pietro Lombardo e dei suoi numerosi commentatori, le ricer­che scientifiche di Ruggero Bacone ed anche vari commentatori di Scoto.

Nonostante tutte queste difficoltà, si è riusciti a sottoporre la dist. 14 all'esame critico e a terminarla con successo.

Quanto alla dist. 25 del Secondo Libro della Lectura bisogna notare che il suo testo è rimasto l'unico da restituire alla sua genuinità, poiché le altre distinzioni ormai sono esaminate e, quanto al testo, terminate. Questa dist. 25 è molto importante nella dottrina di Scoto, perché, in questo luogo, egli espone la sua dottrina sulla causa effettiva dell'atto della volontà. E' stata proprio questa dottrina che nei secoli passati fino al nostro tempo ha provocato numerose controversie e polemiche. Gli scrit­tori, talvolta, non solo non hanno saputo distinguere il pensiero autentico di Scoto da quello non autentico, ma non si sono neppure accorti che, al posto del testo di Scoto, spesso citavano i commenti degli scotisti Cavelli e Lychetti, che si trovano nell'edizione Wadding-Vivès. La confu­sione fu di tale carattere che non mancò di influire fortemente anche sugli autori moderni, compresi alcuni di grande autorità. Accadde così che Scoto fu considerato il precursore del volontarismo moderno con tutte le sue varianti.

Pare che la causa principale di questo stato di cose provenga dalla dist. 25 così come viene presentata nelle Reportationes e nelle Additiones Magnae (scritte da Guglielmo Alnwick), pubblicate nell'edizione di Wad­ding-Vivès. La dottrina sull'atto della volontà è esposta nei seguenti ter­mini: è solo la volontà la causa totale dell'atto libero, mentre l'intelletto è soltanto la « conditio sine qua non ». Però gli scrittori non si sono accorti che — secondo lo stesso Guglielmo Alnwick — Scoto poi abbandonò questa dottrina.

La distinzione comprende solo una questione con il seguente titolo: « Circa lìbertatem voluntatis quaeritur, an actus voluntatis causetur in voluntate ab obiecto movente ipsam vel a voluntate movente seipsam? ». Il Maestro tratta il problema minuziosamente, esponendo il pensiero delle due correnti contrastanti e con tutte le loro varianti: una corrente ritiene che la volontà sia mossa all'atto « a se ipsa », l'altra invece, che è l'oggetto conosciuto che la muove. Scoto rifiuta tutt'e due le correnti e sceglie la propria via, affermando con chiarezza che « tam voluntas, quam obiectum concurrunt ad causandum actum volendi, ita quod actus volendi est a voluntate et ab obiecto cognito ut a causa effectiva ».

Il testo della distinzione non è del tutto sconosciuto tra i cultori della teologia medioevale, poiché il compianto P. Carlo Balie lo pubblicò nel 1931. Escluse però che il testo da lui curato fosse definitivo.

Sarà compito della Commissione preparare il testo definitivo e con sicurezza tale da poter eliminare ogni sospetto.

c) Relazione del P. Gabriele Giamberardini sulla dimensione cosmica di Cristo nella cultura orientale prescolastica e in Giovanni Duns Scoto

La prolusione del P. Gabriele Giamberardini ha avuto per argomento La dimensione cosmica di Cristo nella cultura orientale prescolastica e in Giovanni Duns Scoto. Il conferenziere ha detto che quando lo Scoto circa l'anno 1303 sviluppava nell'Università di Parigi la tesi de praedestinatione Christi, culminante nella visione di una cristologia cosmocentrica, il Teo­logo egiziano Abù'l Barakàt scriveva che sul medesimo argomento già esisteva in Oriente una scuola di alta tradizione. Ed informava che la medesima scuola, facendo leva sul decreto assoluto di Dio, si avvaleva di due argomenti fondamentali: uno positivo, fondato sulle perfezioni del Creatore che, essendo sommo bene, ha voluto dimostrare la sua genero­sità con la somma donazione, consistente per l'appunto nel dono della sua essenza tramite l'incarnazione; l'altro negativo, teso a rimuovere dal Crea­tore l'incapacità e l'avarizia, gli unici ostacoli all'effettuazione del suo pia­no:  quella per impotenza di farlo, e questo per decisione di non farlo.

Nel ripercorrere a ritroso le tappe dell'enunciata tradizione orientale sono balzate immediatamente agli occhi tre realtà di rilievo, cioè: 1) che la dottrina cristocentrica era trattata in Oriente in modo esplicito almeno 700 anni prima dello Scoto; 2) che era dottrina comune a teologi appartenenti a tre gruppi etnici: greci, siriani e arabi; 3) che veniva enu­cleata esplicitamente con argomenti di rivelazione e di ragione. Nel trat­tarne, il P. Giamberardini non ha perduto di mira lo Scoto, del quale ha inteso valutare la posizione storico-dottrinale. Premettendo, quindi, i prin­cipi teologici dello Scoto stesso, ha fatto seguire le percezioni degli orien­tali in maniera da farne cogliere subito la misura nella quale essi sinto­nizzano.

La trama dell'esposizione presentava i seguenti aspetti: il Cristo tra le realtà cosmiche; il Cristo « Alfa » nei disegni divini; il Cristo « Omega » nell'ordine della creazione; il Cristo « prototipo » degli esseri creati; il Cristo e il peccato di Adamo; il Cristo « cosmico » in S. Massimo il Con­fessore.

Tra i teologi interessati ai vari argomenti sono stati citati, oltre allo Scoto, Isacco di Ninive (+ 680), S. Massimo il Confessore (+ 662), Teo­doro Abù Qurrah (+ e. 820), Jàhìà Ben 'Adì (+ 974), Saùirìs Ibn Al-Mu-qaffa' (+ e. 1003), Bùlus Rahib (sec. XIII), Ibn 'Al-Makìn (sec. XIII). Sviluppo particolarmente ampio è stato accordato alla cristologia cosmica di S. Massimo. Prospettata la totale configurazione cosmogonico schema­tizzata in cinque dualità, è stato esposto come il Cristo raggiungesse tutti gli angoli dell'Universo, ricapitolasse in sé tutta la creazione, e si collo­casse al centro come freccia del mondo per condurre tutti gli esseri creati verso la beata thósis.

E' stato esposto pure in quale misura la divina rivelazione servisse di base alla dimostrazione patristica. Ha preso particolare rilievo il viag­gio cosmico di Cristo che, secondo l'insegnamento di S. Paolo (Ef. 4, 8-14), attraversò i cieli, il mondo aereo, la terra, il subterra per « ricapitolare » (Ef. 1,10) in sé: tutto il creato, e per « riempire » di sé l'universo. Così pure come dal testo di Giovanni che definisce: « Dio è carità » (1 Gv. 4, 16), i Padri abbiano dedotto che Dio sulla spinta della carità trasse il mondo all'esistenza, e che per esigenza della sua somma carità pose il Cristo al vertice della creazione. Tanto che Isacco di Ninive sentenziò che colui il quale non vede nella Scrittura l'Incarnazione in dimensione cosmica, dà prova di saperla leggere solo « in superficie ».

La ragione dei teologi esposti, nella logica dei fatti, non poteva che sintonizzare con la rivelazione. Se Cristo è il « pleróma » (Ef. 4, 10), il mondo deve a lui tutto ciò che possiede: natura, grazia, gloria, diviniz­zazione. Ora il pensare che, in assenza di una colpa, non sarebbe esistito né il Cristo né il complesso di tante meraviglie che onorano l'universo, gli angeli e gli uomini, sarebbe come privare il mondo delle sue più nobili aspirazioni. Ma, « non est ita! », afferma seccamente Isacco di Ninive. « Sarebbe opinione errata », anzi « sarebbe un insulto alla bontà di Dio », aggiunge Ibn Al-Makìn. Dietro queste affermazioni, il « valde irrationabile » dello Scoto è risuonato come un'eco.

A questo punto il conferenziere ha dato spazio a due riflessioni: una sull'opportunità dell'aggiornamento del cristoccntrismo cosmico; l'altra, sulla misura dell'apporto dato dallo Scoto alla dottrina cristocentrica. Dopo interessanti considerazioni, il P. Giamberardini ha concluso che la migliore testimonianza che oggi può essere data allo Scoto, oltre che con l'edizione critica delle opere, può consistere per l'appunto nell'arricchi­mento culturale e nel giusto aggiornamento della sua teoria ontologica­mente cristocentrica, valutata come chiave della teologia del futuro.

d) Parole conclusive del Rev.mo P. Costantino Koser, Ministro Generale O.F.M. e Gran Cancelliere dell'Ateneo Antoniano

Ha concluso l'annuale celebrazione in ricordo di Giovanni Duns Scoto il Ministro Generale dell'Ordine, P. Costantino Koser, il quale, dopo aver ricordato le benemerenze della Commissione Scotista per l'intelligente e utile lavoro dell'edizione critica, si è associato ai voti espressi ed ha ag­giunto che la teologia di Scoto è la teologia del futuro, perché ha come base e vertice di tutta l'esposizione il Cristo, capolavoro di Dio e rica-pitolatore delle realtà cosmiche.


 


 


 
 
 
 
 
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