Inicio > Revista Antonianum > Artículos > Joyce Mapelli Martes 24 Noviembre 2020
 

Revista Antonianum
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Foto Joyce Mapelli Francesca , Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani. Questioni filologiche sospese riguardo ai testi francescani delle origini. Francesco, Chiara, Angela, in Antonianum, 76/3 (2001) p. 599-602 .

Rendiconto della conferenza tenuta dal prof. Giovanni Pozzi il 23 maggio 2001, presso la “Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani” del Pontificio Ateneo Antonianum

La mancanza di una forma letteraria sicura degli antichi testi francescani è un problema ben presente ad ogni studioso di francescanesimo. Non sempre le varie e numerose edizioni apparse nel tempo sono sufficientemente fondate da reggere inequivocabilmente alla verifica sui codici e troppo spesso sono nate da un’analisi solo parziale della tradizione manoscritta. Così, nonostante eventi editoriali anche recenti, mancano a tutt’oggi di edizione critica testi, tra gli altri, di Iacopone da Todi, Angela da Foligno, Chiara d’Assisi. A partire dal rilievo di questa grave lacuna, la lettura ragionata di alcuni passi critici e di altri non omogenei nelle lezioni dei diversi codici, serve al P. Pozzi per sollevare possibilità nuove di comprensione dei testi analizzati, ma anche delle condizioni della loro trasmissione, ed allo stesso tempo mostra vie di indagine che, indipendentemente dai risultati ottenuti nei singoli casi, sono veri principi metodologici.

Esemplare in questo senso il lavoro fatto sulla tradizione del Memoriale di Angela da Foligno. La critica mossa allo stemma codicum proposto da Emore Paoli per questo testo e la rettifica della propria posizione a riguardo, introduce la definizione di tre principi fondamentali alla ricostruzione delle famiglie testuali: essa deve basarsi su errori certi – ovvero luoghi ove il testo risulti essere privo di senso – e non poligenetici; tali errori devono essere congiuntivi e non disgiuntivi, devono cioè essere comuni ad almeno due codici che definiranno un ramo della discendenza dall’apografo e non distinguerne uno dalla massa degli altri; le sigle impiegate nello stemma non devono rappresentare un testo singolo, ma un punto astratto di convergenza di diverse lezioni omogenee. In base a questi criteri, per la ricostruzione bisognerà ripercorrere l’apparato delle varianti alla ricerca di una loro coerenza interna.

Ma se entro un insieme di esemplari sono le differenze testuali a fornire gli elementi per il recupero di un percorso di trasmissione, la loro effettiva portata può sconfinare dal campo della pura ricostruzione filologica del testo per raggiungere e svelare la situazione concreta precedente e causa del prodotto finale: la confezione del singolo manoscritto, le condizioni di essa, il ruolo attivo del copista del momento e la sua presenza nella lezione riportata, tutti elementi che se possono essere conosciuti attraverso i testi, aiutano viceversa a comprendere quelli nella loro globalità, come parti di un contesto allargato.

Così per la versione del Memoriale di Angela da Foligno che si legge nel codice A di Assisi. A partire da quattro luoghi testuali che Emore Paoli considerava errori, ma che al P. Pozzi sembrano piuttosto lectiones difficiliores - dunque non valide in senso stretto alla definizione di uno stemma codicum -, egli rileva tutte le varianti riportate nel codice, traendone esempi notevoli in sottogruppi tipologici secondo la funzione grammaticale e la consistenza di ciascuna: tra i “casi che implicano effetti di senso” aggiunte di deittici modificatori, avverbi di predicato, indicatori della ripresa, connettivi conclusivi, congiunzioni esplicative, elementi intensificatori, avversative e sostituzioni di congiunzioni, modi e tempi verbali, unità lessicali; tra le “varianti formali” omissioni, forme verbali in prima persona, diversità di forma che non dipendono da procedimenti definibili in termini grammaticali. L’esistenza di questi due ordini di varianti si riallaccia alle condizioni materiali di ricezione e riproduzione del Memoriale ed in esse trova significazione: i manoscritti di Angela da Foligno non erano confezionati su commissione in atéliers di professionisti, ma vivevano di un ciclo di produzione per così dire privata, ad opera di lettori personalmente interessati all’uso del testo. Il trascrittore-lettore non procede meccanicamente, ma può cercare di capire, interpretare addirittura; in queste condizioni è facile che si producano incidenti di trascrizione derivati da quella che Pozzi chiama felicemente “la meccanica della comprensione del testo”, anch’essa, dunque, suscettibile di ricostruzione. Nel caso del codice A del Memoriale, le varianti del primo registro, insieme alle quattro difficiliores ad esse assimilabili, presentano con certa coerenza una visione diversa dei fatti e non sono ascrivibili al copista, mentre le altre potrebbero essere segno della sua presenza attiva nella ricezione e comprensione del testo. Più in particolare Pozzi rileva che in rapporto agli altri codici della famiglia le varianti del primo gruppo vogliono riproporre i fatti nel loro concreto svolgimento mentre altrove si privilegia un registro più rarefatto ed astratto, piuttosto definendo una sorta di dottrina generale. Se dunque una lettura comparata delle divergenze testuali impostata in questo modo può servire a “vedere in trasparenza le fasi evolutive della ricezione dei testi” oltre che a cogliere l’animo del trascrittore che della ricezione è attore protagonista, il caso in questione sembra affermare con sufficiente evidenza che il testo del codice A abbia tutte le qualità di un testo scritto vivente Angela, e che sia il primo gradino di un processo che ha successivamente tradotto la sua esperienza nei termini più generici ed impersonali di un’opera devozionale.

Di diverso genere le due questioni affrontate dal P. Pozzi a proposito di scritti di Francesco d’Assisi, entrambe a lungo dibattute dagli studiosi di cose francescane.  La prima riguarda le acclamazioni finali delle Laudes Dei, quelle poche righe scomparse dal logoro biglietto autografo dato a frate Leone, ma riapparse omogenee nella tradizione manoscritta, l’autenticità delle quali è stata nel tempo alternativamente accettata o respinta. Il criterio usato qui per discuterne è squisitamente stilistico. Lo stilema dell’enumerazione di cui Francesco si serve è costruito in maniera strettamente funzionale: essa è ordinata, con criterio simmetrico del tre e del nove, nei primi versi, ove Dio viene descritto in sé, ma caotica, secondo un criterio vagamente fonico, quando si parla della creazione. Accettare la fedeltà di una tradizione manoscritta giudicata tutt’altro che affidabile, implicherebbe accettare che Francesco sia tornato ad un’enumerazione stereotipa, introducendo per di più un nuovo sistema fonico che resta isolato perché privo di sviluppo. Non piace dunque a Pozzi pensare che il lacerto mancante contenesse proprio le acclamazioni riportate unanimemente dalla tradizione, ma proprio questa mancanza di varianti – tutti i codici avrebbero banalizzato allo stesso modo? – non può che lasciare il problema ancora aperto.

Vie diverse segue il tentativo di affrontare la questione sollevata dall’identità del lodante nel Cantico di frate Sole. La risposta del P. Pozzi ad un interrogativo che a molti pare di avere pacificamente risolto altrimenti propone la possibilità che la formula di lode sia espressa tramite un passivo teologico dello stesso genere dell’ebraico santificetur nomen tuum, ove Dio è il soggetto e l’oggetto insieme dell’azione. Dio solo può lodare sé stesso ed è questo l’invito rivolto a Lui anche da Francesco, sulla linea che sarebbe stata elaborata dalle mistiche tedesche e da Francesco di Sales, e con medesimo sintagma che Aldo Menichetti ha riconosciuto in due diversi luoghi testuali di un poema francese di Filippo di Novara, contemporaneo di Francesco, presente come lui all’assedio di Damietta.

L’ultima questione affrontata riguarda la risposta di Chiara ad una lettera in cui l’illustre sua corrispondente Agnese di Boemia chiedeva delucidazioni sulla prassi del digiuno. Una dittologia piuttosto stereotipa come monuit et mandavit presente in un passo della Terza Lettera, può acquistare pregnanza diversa se letta nella lezione presente del codice S, ove l’aggiunta di un quod finale all’espressione ha la capacità di caricare l’et di valore paraipotattico non disgiuntivo, ma aggiuntivo, rendendolo piuttosto equivalente ad un etiam. Se è questa la lettura che Pozzi sceglierebbe senz’altro, pure nell’evidenza che in nessuno dei due casi il testo manca di senso, la questione gli serve anche per mostrare quanto delicato sia il lavoro dell’editore che di fronte a diverse soluzioni possibili, non può che sceglierne una, spesso senza la possibilità di determinare un criterio che renda la scelta infallibile.

 


 
 
 
 
 
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